78 21 dicembre 2016 sfoglia numero

Mercati

“Brexit”, il commercio agroalimentare e la Pac

Fabrizio De Filippis
Analisi e simulazioni prefigurano effetti sul commercio italiano verso il Regno Unito e nuovi assestamenti del bilancio europeo. Ove l’agricoltura potrebbe guadagnare posizioni nell’agenda politica, resterebbero incertezze nel processo di integrazione comunitaria.

Il 23 giugno 2016 i cittadini britannici hanno scelto con una consultazione referendaria di uscire dall’Unione europea (Ue), con una maggioranza del 51,9%, pari a circa 17,5 milioni di elettori. Quello che sembrava poco più di un regolamento di conti in seno al partito conservatore, probabilmente, è sfuggito di mano agli stessi promotori del referendum, trasformandosi in una vera e propria bomba geo-politica dagli esiti molto incerti, che mette in discussione i delicati equilibri in seno all’Ue.
Fino a quando non lascerà l'Unione, al Regno Unito continuerà ad applicarsi il diritto dell'Ue. La base giuridica che regola la procedura di uscita è l’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea. Tale articolo1, peraltro finora mai applicato, viene attivato dalla notifica da parte del Paese che intende uscire.
Il premier britannico Theresa May, succeduta al dimissionario Cameron, ha dichiarato che intende attivare l'articolo 50 a fine marzo 2017, per cui da allora partirà il periodo di 2 anni durante il quale andranno negoziati i termini di una separazione che dovrebbe concretizzarsi a metà 2019, praticamente alla fine dell’attuale quadro finanziario 2014-2020.
Per quanto riguarda la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, che nel secondo semestre 2017 sarebbe toccata al Regno Unito, questa andrà all’Estonia. Le successive presidenze saranno tutte anticipate di sei mesi. Riguardo ai futuri rapporti tra Ue e Regno Unito, dopo l’uscita dall’Ue sono possibili diverse ipotesi: la partecipazione allo Spazio economico europeo ma senza avere voce in capitolo sulle regole, come avviene per la Norvegia; accordi su specifici settori (modello svizzero); libero scambio attraverso accordi commerciali per l’abbattimento dei dazi; oppure, al limite, una situazione in cui non si trovano accordi e i rapporti commerciali sono regolati dalle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Anche in questo caso, tuttavia, la cosa non sarebbe automatica, perchè il Regno Unito dovrebbe negoziare direttamente in seno alla Omc e non più, come accade oggi, attraverso la sua adesione all’Ue.
Sull’approccio con cui il governo britannico condurrà il negoziato con l’Ue ci sono due ipotesi: un’uscita “dura” e conflittuale (hard Brexit) oppure un’uscita morbida e, per così dire, amichevole (soft Brexit). Il dibattito nel Regno Unito è molto intenso: i fautori della hard Brexit si trovano soprattutto tra i conservatori, che non intendono perdere il sostegno elettorale di chi ha votato a favore di Brexit, mentre molti economisti e i politici più moderati preferirebbero un negoziato orientato a una soft Brexit. Sarebbe questa una soluzione, oltre che più sensata, anche più in linea con il voto del referendum: infatti, ben il 48% dei cittadini britannici hanno votato per rimanere nell’Ue e molti di quanti hanno votato per uscire sono oggi preoccupati che ciò accada in modo traumatico. Inoltre, dato che il referendum ha valore consultivo, lo stesso Parlamento inglese intende avere voce in capitolo – non necessariamente in favore di Brexit – il che aumenta ulteriormente il margine di incertezza.
Il 27 luglio 2016 il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha nominato responsabile del gruppo di lavoro su Brexit Michel Barnier, ex Vice Presidente della Commissione europea ed ex ministro del Governo francese, che ha fama di essere un negoziatore duro, poco disponibile a fare concessioni al Regno Unito. Sul fronte britannico, Theresa May ha creato un dipartimento ad hoc che si occuperà di Brexit, guidato dal deputato conservatore David Davis (che è stato attivista pro Brexit). Davis sarà affiancato da Liam Fox, segretario del commercio internazionale, e da Boris Johnson, ministro degli Esteri, che ha guidato la campagna per l’uscita. I tre Brexiteers – come sono stati soprannominati dai media – avranno un ruolo centrale nei negoziati con l'Ue, anche se l’ultima parola spetterà comunque al primo ministro.

Gli effetti sul commercio agroalimentare
Con Brexit i rapporti commerciali tra Ue e Regno Unito – oggi parte del mercato unico – dovranno essere rinegoziati e le imprese europee potrebbero trovarsi a pagare dazi per esportare sul mercato britannico, al pari di quanto accade oggi per gli esportatori giapponesi o statunitensi. Ciò si tradurrebbe in una minore competitività delle imprese europee, ulteriormente ridotta dalla svalutazione della sterlina conseguente a Brexit, i cui effetti si avvertiranno sia in termini di rallentamento della domanda d’importazione britannica conseguente all’aumento dei prezzi in sterline dei beni europei, sia di maggiore competitività dei prodotti inglesi sui mercati extra-Ue.
Sui possibili effetti commerciali di Brexit i dati disponibili sono limitati a una fotografia dei flussi attuali di import-export, dai quali si può avere qualche indicazione sui comparti e i partner potenzialmente più colpiti. È ovvio, tuttavia, che un’analisi più completa e attendibile dovrebbe tenere conto che gli effetti commerciali di Brexit sono tutt’altro che statici, giacché sconteranno il riaggiustamento nei flussi in base alla sostituzione tra prodotti e tra Paesi di origine e destinazione, nonché alla ricomposizione della domanda per consumi da parte del Regno Unito in risposta alle modifiche dei prezzi. Un’analisi di questo tipo, data la natura degli effetti in gioco, andrebbe affrontata con modelli di equilibrio economico generale, che tuttavia hanno il problema di essere molto aggregati.
Tornando ai dati disponibili (di fonte Ismea), l’esportazione agroalimentare italiana nel Regno Unito è di tutto rilievo, con un giro d’affari superiore a 3 miliardi di euro e una crescita del 9% nel 2015. Il Regno Unito è il quarto mercato di sbocco dell’export agroalimentare italiano, dopo Germania, Francia e Stati Uniti. Sul fronte delle importazioni, l’Italia è l’ottavo cliente del Regno Unito, con una spesa di oltre 650 milioni di euro. Il saldo 2015 del commercio agroalimentare italiano col Regno Unito è, dunque, largamente positivo con un avanzo di 2,6 miliardi.
Le principali voci del nostro export agroalimentare sono vino e mosti (23% del totale) e ortofrutta fresca e trasformata (22%), seguiti da cereali e derivati (18%), animali e carni (7%), lattiero-caseari (6%). I primi tre paesi fornitori di prodotti agroalimentari del Regno Unito sono Olanda (con una quota di mercato pari al 14%), seguita da Irlanda e Francia (con quote di mercato pari al 10% in entrambi i casi). L’Italia è il sesto fornitore, con una quota di mercato del 6%, ma in crescita nell’ultimo quinquennio, grazie a un aumento delle esportazioni italiane (+41%) superiore a quello delle importazioni complessive di prodotti alimentari del Regno Unito (+36%).
Riguardo ai singoli comparti, le principali voci di esportazioni italiane sono le seguenti.
Vino e mosti. Nel 2015 l’Italia ha esportato vino e mosti in Gran Bretagna per quasi 750 milioni di euro, con una quota di mercato del 19%. In termini di volumi esportati, l’Italia è il primo fornitore del Regno Unito, con oltre 3 milioni di ettolitri nel 2015 e una forte crescita trainata dal prosecco. In termini di valore, l’Italia è seconda alla Francia, che vende a prezzi medi più elevati.
Ortofrutta fresca e trasformata. Dopo i Paesi Bassi, l’Italia è il secondo esportatore verso il Regno Unito, sia in valore che in quantità. La quota di mercato è del 14%, corrispondente a 645 milioni di euro.
Pasta. L’Italia è di gran lunga il primo esportatore di pasta nel Regno Unito, sia in quantità che in valore, con una quota di mercato del 61% corrispondente a ben 313 milioni di euro.
Formaggi e latticini. L’Italia è il quarto fornitore del Regno Unito, con una quota di mercato dell’11% e un alto livello qualitativo dei prodotti esportati, con formaggi a denominazione di origine (Grana Padano e Parmigiano Reggiano) che riescono a spuntare un prezzo medio più elevato rispetto ai concorrenti.
Preparazioni e salumi. Il Regno Unito è il primo importatore mondiale di preparazioni e salumi. L’Italia è il sesto fornitore in valore, con una quota di mercato dell’8,6%. Anche per i salumi il livello qualitativo delle nostre esportazioni è alto, con livelli di prezzo maggiori rispetto ai prodotti degli altri concorrenti. 

Gli effetti sul bilancio dell’Ue
Il Regno Unito è un contribuente netto del bilancio UE – in particolare del budget riservato alla Pac – anche se il suo disavanzo è strutturalmente ridotto dal cosiddetto rebate, il rimborso negoziato negli anni Ottanta dal primo ministro Margaret Thatcher  che con l’accordo di Fontainebleau del 1984 stabilì che “ogni Stato membro con un onere di bilancio eccessivo rispetto alla propria prosperità relativa potrà beneficiare di una correzione a tempo debito”. L’accordo sancì il principio di una correzione generalizzata, ma in realtà il meccanismo è stato pensato (e ha funzionato) solo in favore del Regno Unito. Attraverso un procedimento di calcolo molto complicato, prevede che al Regno Unito sia riconosciuto un rimborso (rebate) pari al 66% del suo contributo netto e che tale rimborso sia finanziato da tutti gli altri Stati membri in base alla loro Pil. Tuttavia per Germania, Paesi Bassi, Austria e Svezia il finanziamento della correzione è limitato al 25% di quanto dovuto, il cosiddetto “rebate del rebate” (De Filippis, Sardone, 2010). L’uscita di un contributore netto comporterà, di per sé, un aumento del disavanzo degli altri stati membri contributori netti, Italia compresa. Tuttavia, il danno per l’Italia sarà inferiore a quello di Germania, Olanda, Svezia e Austria, in ragione dello sconto che tali Paesi ricevono sul loro contributo al rimborso britannico, limitato al 25% di quanto sarebbe da essi dovuto. Dunque, con Brexit l’Italia perderà perché l’uscita del Regno Unito determina un “buco” di bilancio da coprire da parte di tutti gli altri Stati membri; ma perderà meno di altri contribuenti netti, perché scompare il rebate, cui l’Italia oggi contribuisce in misura relativamente maggiore.
Per capire l’ordine di grandezza degli effetti sul bilancio Ue, richiamiamo brevemente i dati contabili relativi al 2014 e 2015. Nel 2014 il Regno Unito è stato un contribuente netto per circa 4,9 miliardi di euro, anche grazie a un rimborso pari a circa 6 miliardi di euro. A tale rimborso l’Italia ha contribuito con un importo pari a ben 1,2 miliardi di euro. Nel 2015, la situazione è stata molto diversa e il Regno Unito ha contribuito al bilancio dell’Ue in misura assai più consistente, a causa di due fattori congiunturali: da un lato, la forte rivalutazione della sterlina nel 2015 che ha fatto salire il valore monetario del Pil britannico (e, con esso, l’ammontare del suo contributo al bilancio calcolato sulla base del Pil); dall’altro, il fatto che nel 2015 sono state contabilizzate al Regno Unito alcune correzioni statistiche che hanno agito nella stessa direzione (Matthews, 2016; Nunez Ferrer e Rinaldi, 2016). La conseguenza è che nel 2015 la contribuzione netta del Regno Unito è schizzata a ben 11,5 miliardi di euro, anche se si tratta di un valore che nel 2016 è destinato a ridursi in misura sensibile (Matthews 2016).
Tornando agli effetti sugli altri Stati membri, in un recente lavoro Henke e Sardone (2016) simulano quale sarebbe stata la variazione della posizione netta dei vari Stati membri in una ipotetica Ue a 27, senza il Regno Unito già al 2014 e al 2015. In termini assoluti, gli Stati membri più colpiti sarebbero stati la Germania (con un aumento del suo saldo negativo di circa 2 miliardi di euro nel 2014 e oltre 4 miliardi nel 2015), la Francia (con aumenti di 1,1 miliardi nel 2014 e 1,8 miliardi nel 2015) e anche l’Austria e la Svezia, con cifre più basse in assoluto ma anche maggiori in termini relativi. Per quanto riguarda l’Italia, l’ipotetico aumento del suo contributo (459 milioni al 2014 e appena 312 milioni nel 2015) sarebbe stato molto più basso, per due ragioni: da un lato, la circostanza che l’Italia è tra i Paesi che maggiormente finanziano il rimborso al Regno Unito (e che, dunque, in termini relativi “guadagna” dalla scomparsa di tale rimborso), dall’altro il fatto che nel 2014 e nel 2015 la crisi economica ha ridotto il Pil italiano in misura maggiore alla media Ue, riducendo il suo tasso di contribuzione al bilancio Ue.
Nel calcolo di vantaggi e perdite, andrà considerato anche l’effetto che l’uscita del Regno Unito (Paese più ricco della media Ue) avrà in termini di riduzione del Pil pro capite dell’Ue a 27: ciò, infatti, nell’ambito della politica di coesione, potrebbe determinare il passaggio di alcune regioni dal gruppo di quelle “meno sviluppate”, le maggiori beneficiarie della spesa di tale politica (nel caso dell’Italia, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia), al gruppo di quelle in “transizione” (nel caso dell’Italia, Abruzzo, Molise e Sardegna) e/o da quest’ultimo a quello delle regioni più sviluppate. Tale rischio, tuttavia, non dovrebbe riguardare l’Italia, dato che negli ultimi anni il Pil pro capite del nostro Paese – e delle nostre regioni – è cresciuto più lentamente della media Ue.
Agli effetti meramente contabili si aggiungeranno conseguenze di tipo politico, nella misura in cui la prospettiva di uscita del Regno Unito potrà influenzare l’approccio con cui si gestirà di qui al 2020 il bilancio dell’Ue e le eventuali emergenze a cui fare fronte nei prossimi anni.

Brexit, la Pac e l'integrazione europea
Come si è detto, i tempi della procedura di uscita non saranno brevi: il Regno Unito di fatto rimarrà dentro l’Ue fino al 2019, per cui gli effetti di Brexit sulla Pac 2014-2020 saranno pressoché nulli. Guardando, invece, al dopo 2020, la futura Pac non potrà non risentire dell’uscita di un partner importante e ingombrante, che non ha mai fatto mistero della sua insofferenza nei conforti di una politica agricola ritenuta troppo dispendiosa e poco in linea con la propria sensibilità politica. In particolare, in campo agricolo il Regno Unito ha sempre sposato un approccio liberista, contrario a ogni intervento pubblico – in particolare sul fronte del sostegno e della regolazione dei mercati – e ha sempre osteggiato le politiche di tutela della qualità e dell’origine, viste come minaccia alle regole della concorrenza e fonte di un aumento indesiderato dei prezzi dei prodotti alimentari.
Dunque se, da un lato, con Brexit la Pac perde uno dei Paesi che maggiormente contribuisce a finanziarla, dall’altro l’agricoltura potrebbe guadagnare posizioni nell’agenda politica dell’Ue, o almeno sperare di organizzare una più efficace difesa della propria fetta di bilancio per il periodo successivo al 2020. Non c’è dubbio, infatti, che l’uscita del Regno Unito può modificare gli equilibri politici in seno al Consiglio Ue, aprendo la strada a una possibile alleanza dei Paesi mediterranei, magari a sostegno di una rafforzata leadership della Francia, lo Stato membro tradizionalmente più favorevole alla politica agricola.
Tutto ciò rimanda agli effetti di Brexit sul futuro bilancio pluriennale 2021-27 dell’Ue che sono molto incerti e di non facile determinazione: sia in relazione alla dimensione che il bilancio Ue avrà in assenza del Regno Unito e alle conseguenze “contabili” in termini di modifica delle posizioni finanziarie nette dei diversi Stati membri; sia, soprattutto, in termini politici, ovvero in riferimento a quale sarà l’ordine di grandezza del quadro finanziario successivo al 2020 e come saranno ridefinite le rubriche di spesa.
Ancora più difficili da prevedere sono gli effetti più generali di Brexit sul futuro processo di integrazione europea, rispetto ai quali si naviga nelle nebbie della geopolitica, rese ancora più fitte dai controversi risultati elettorali successivi a Brexit: l’elezione di Trump negli Usa e il referendum costituzionale in Italia, solo in parte compensati dall’esito più “europeista” delle elezioni in Austria. In questo quadro, specie se si andasse a un’ipotesi di hard Brexit, il rischio è che l’uscita di un Paese importante come il Regno Unito possa innescare un contagio disgregatore che potrebbe estendersi ad altri Stati membri, rafforzando le forze populiste e anti europee presenti in molti di questi; oppure, all’opposto – dato che anche a molti dei suoi sostenitori nel Regno Unito risulta chiaro che l’uscita dall’Ue è un percorso difficile, rischioso e forse meno appetibile di quanto atteso – Brexit potrebbe agire da “vaccino” contro la febbre separatista, bloccando la sua diffusione in altri Stati membri (De Filippis, 2016).
Forse è uno scenario troppo ottimistico, tuttavia nulla impedisce di sperare che la grande incertezza, i possibili costi economici e politici e l’estrema complessità di uscire dall’Ue mostrata da Brexit, sia in grado di generare un rilancio dell’europeismo: se non in termini ideali, almeno come spinta a rivisitare con approccio pragmatico il progetto di integrazione europea, in modo che esso sia di nuovo percepito dai cittadini e dai governi del vecchio continente come un gioco a somma positiva.

Riferimenti bibliografici
Aa.Vv., Dove sta andando la Pac. Mercato, semplificazione, sviluppo rurale e Brexit, Coldiretti, Roma, 2016.
De Filippis F., “Brexit, un gioco a somma negativa”, L’Informatore Agrario, 34, 2016.
De Filippis F., Sardone R. (a cura di), Il dibattito sul bilancio UE e il ruolo della PAC. Funzionamento, evoluzione e prospettive, INEA, Roma, 2010.
Henke R., Sardone R., “La Brexit e il bilancio dell’UE. Una prima valutazione attraverso il calcolo dei saldi netti”, Agriregionieuropa, 46, settembre 2016.
Matthews A., “Impact of Brexit on CAP budget net balances for remaining Member States”, CAP Reform, 2016.
Nunez Ferrer J., Rinaldi D., “The impact of Brexit on the EU Budget: A non-catastrophic event”, Ceps Policy Brief, 347, settembre 2016.

  Fabrizio De Filippis
è professore presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi Roma Tre



1. Articolo 50
1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall'Unione.
2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l'Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l'Unione. L'accordo è negoziato conformemente all'articolo 218, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Esso è concluso a nome dell'Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.
3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d'intesa con lo Stato membro interessato, decida all'unanimità di prorogare tale termine.
4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano.
Per maggioranza qualificata s'intende quella definita conformemente all'articolo 238, paragrafo 3, lettera b), del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea.
5. Se lo Stato che ha receduto dall'Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all'articolo 49.

Temi associati a questo articolo: Economia, Europa, Mercati, Politica agraria


 
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