73 20 aprile 2016 sfoglia numero

Prospettive

La sottile differenza tra cura e manutenzione

Luca Masotto
Nella gestione del verde urbano è ancora ampia la forbice tra possibilità tecniche e applicazioni pratiche.

Il Vocabolario Treccani definisce il termine cura come “interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività”. Molto diversa è, invece, la definizione del termine manutenzione: “il mantenere in buono stato; in particolare, insieme di operazioni che vanno effettuate per tenere sempre nella dovuta efficienza funzionale, in rispondenza agli scopi per cui sono stati costruiti, un edificio, una strada, una nave, una macchina, un impianto, ecc”.
La differenza è evidente: nella manutenzione prevale l’aspetto freddamente gestionale, la volontà di rispettare parametri, regolamenti, computi metrici. La cura implica invece una partecipazione informata, attiva, volta non solo all’esecuzione di un “lavoro da sbrigare” ma anche, e soprattutto, alla consapevolezza di dover conservare – e se possibile accrescere – il valore dei beni in gestione. Vi è quindi un un maggiore risvolto intellettuale oltre che un interessamento premuroso.
Quest’ultimo, in ogni caso, non deve sfociare in vero e proprio trasporto emotivo, bensì ricompreso entro limiti ben precisi, delineati dalle buone pratiche colturali o, meglio, dall’insieme di scienze che informano la gestione professionale del verde. Per questo motivo occorre prestare grande attenzione al fenomeno dei guerrilla gardeners, pollici verdi d’assalto che scagliano bombe di semi nelle aiuole pubbliche, nelle rotatorie, negli spazi aperti più o meno abbandonati. Si può ritenere cura del verde pubblico? Non è forse più simile a una qualche forma di bio-inquinamento? Spesso sono diffusi semi di piante erbacee molto aggressive, se non infestanti, piante che si moltiplicano rapidamente, si annidano ovunque, rischiano di diffondersi ben oltre gli spazi urbani o, comunque, gli spazi voluti. Anche per istituzionalizzare queste pulsioni, molti Comuni hanno introdotto la possibilità di adottare aiuole pubbliche da parte di privati, condomini e associazioni. In questo modo, il contributo dei cittadini alla cura del verde pubblico può dirsi veramente tale, a patto, tuttavia, che i progetti di adozione siano vagliati attentamente anche dal punto di vista tecnico e paesaggistico. In altri termini, l’adozione dell’aiuola non deve essere vista unicamente come auspicata sottrazione di verde pubblico da “manutenere” da parte dei Comuni, fonte di risparmio per l’Amministrazione pubblica, bensì come opportunità per una sinergia pubblico-privato volta alla cura della cosa pubblica, al democratico miglioramento degli spazi, alla volontà di ricomposizione paesaggistica delle città. Perché anche di questo si tratta: non è più sufficiente – se mai lo sia stato – mettere a dimora qualunque cosa purché verde; è importante valutare l’inserimento paesaggistico dei nuovi assetti vegetazionali in modo da valorizzare viste a allineamenti e migliorare la percezione paesaggistica di parchi e viali. Si pensi a cosa accadrebbe se ogni condominio adottasse l’aiuola posta di fronte al proprio ingresso mettendo a dimora specie o combinazioni di specie completamente differenti: in un viale di poche centinaia di metri potremmo assistere a decine di assetti vegetazionali differenti.
Nella (ri)costruzione del paesaggio delle nostre città, così come nella salvaguardia del delicato ecosistema urbano e nella conservazione di soggetti arborei di pregio, non si può procedere con improvvisazione. Non è più possibile, di fronte a un’opinione pubblica sempre più formata e informata, confondere le finalità della cura del verde con quelle tipiche di altri settori, pur meritevoli, quali l’assistenza sociale. Né, d’altra parte, la natura urbana può essere inquadrata esclusivamente con lo sguardo angusto del profitto. Di questo le pubbliche amministrazioni devono essere consapevoli quando, soprattutto nelle città di minori dimensioni, assegnano i lavori di “manutenzione del verde” al massimo ribasso (più o meno esplicito)  oppure a cooperative sociali, talvolta con l’obbligo di inserimento lavorativo – almeno per tutta la durata dell’appalto – di persone con difficoltà di vario genere. Non è solo una questione di competizione tra imprese e professionisti di diversi (e non confrontabili) settori, bensì di efficienza dell’operato pubblico e di competenze e preparazione professionale nell’esecuzione dell’appalto. Il verde, al pari di strade ed edifici, è un vero e proprio patrimonio a disposizione dei cittadini, un patrimonio che eroga servizi ecosistemici, ambientali, sociali. Perché non prendersene cura? Perché limitarsi a una manutenzione il cui unico scopo sembra essere quello di riempire una lista di controllo con le operazioni via via svolte?
Sono ormai molti gli studi che dimostrano che nelle città dotate di un verde pubblico (e privato) ben curato diminuiscono i reati, aumenta il benessere personale, migliora la qualità della vita. C’è chi si è spinto a parlare di “Servizio sanitario naturale”.
Perché dilapidare questo patrimonio, questa fonte di benessere collettivo, perché lasciarlo in gestione a giardinieri improvvisati o a volontari che, per quanto motivati, non sempre sono in grado di approcciare una pianta, capirne la fisiologia, gestirne le risposte alle cure colturali da svolgere. Si tratta di considerazioni evidenti soprattutto per gli alberi d’alto fusto: quanti esempi di alberi potati male, capitozzati, ingiustamente costretti ad assumere sgraziate architetture? Quanti milioni di euro di patrimonio pubblico sono dilapidati in questo modo tutti gli anni? Sì, perché si giunge sovente al paradosso di pagare imprese per distruggere valore tramite interventi azzardati, contrari alle buone pratiche colturali.
Occorre una presa di coscienza collettiva che metta a fuoco priorità e mezzi da mettere in campo per tutelare e incrementare il patrimonio verde delle nostre città. È giunto il momento che anche nei centri di dimensioni minori si giunga a forme integrate di programmazione delle cure colturali, dove i professionisti siano chiamati a coordinare il lavoro sul campo svolto da imprese qualificate – o per lo meno opportunamente seguite da un direttore lavori – e a confrontarsi con i tecnici della Pubblica amministrazione per individuare le modalità tecnicamente appropriate per la cura del verde nel perimetro delle risorse finanziarie disponibili.
La ricerca ha messo a disposizione a prezzi accessibili tecniche e soluzioni che permettono di gestire al meglio il verde delle città, nel rispetto dell’ambiente e della fisiologia delle piante, nell’ottica della valorizzazione del paesaggio e delle città in senso lato. Le competenze professionali dei dottori agronomi permettono la redazione e l’applicazione su grande e piccola scala di Piani del verde capaci di pianificare e programmare gli interventi necessari nel medio-lungo periodo, al fine di individuare le priorità e migliorare l’allocazione delle risorse tecniche ed economiche.
Se le risorse finanziare sono poche, la cosa migliore da fare è trasformare le spese in investimenti: il verde è una di quelle che offre rendimenti più elevati. Perché non provarci?


  Luca Masotto



Temi associati a questo articolo: Fitoiatria, Parchi e giardini, Tecniche vivaistiche, Verde urbano


 
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