72 23 marzo 2016 sfoglia numero

Opinioni

Piattaforme: pianificare e programmare l’energia

Andrea Bucci
Il referendum del 17 aprile condizionerà il futuro di 21 piattaforme italiane offshore. Sarebbe più opportuno un quesito che affronti complessivamente un piano energetico condiviso.

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità, 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

Il quesito abrogativo che il 17 aprile 2016 chiamerà alle urne tutti gli italiani aventi diritto di voto si è trasformato in un referendum sulla necessità di incrementare ulteriormente la quantità di energia proveniente da fonti rinnovabili. L’oggetto del quesito è, invece, molto più puntuale e circoscritto a 21 piattaforme offshore che entro le dodici miglia dalla costa adriatica estraggono petrolio e gas dagli anni Settanta del secolo scorso.
Nelle concessioni rilasciate dallo Stato agli operatori privati il fattore tempo è l’elemento centrale del quesito referendario. In dettaglio, il referendum mette in discussione quanto modificato recentemente dalla legge di stabilità 2016 che ha cambiato la normativa preesistente portando la durata delle concessioni dall’essere trentennale (con possibilità di ulteriori proroghe per 20 anni) a  essere valide fino all’esaurimento dei giacimenti di idrocarburi. Qualora vincessero il “sì” le concessioni tornerebbero ad avere una durata definita. Alcune scadrebbero a breve, altre tra dieci anni.
I sostenitori del “sì” motivano la scelta per mezzo di due argomentazioni prevalenti. La prima è che la riduzione della durata delle concessioni potrebbe essere un’occasione per riformare gradualmente il sistema energetico ed economico italiano, in gran parte alimentato dalle fonti fossili, verso le fonti rinnovabili. La seconda argomentazione è strettamente di carattere ambientale e riguarda la tutela del mare. Sebbene i disastri ambientali che più hanno segnato la storia del Mediterraneo sono ascrivili al trasporto del petrolio, e non alla sua estrazione, è pur vero che i dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) evidenziano un significativo inquinamento “cronico” diffuso dovuto proprio all’attività estrattiva. È bene precisare che si tratta di dati rielaborati dalle associazioni ambientaliste e che riguarderebbero solo alcune delle piattaforme.
I sostenitori del “no”, invece, puntano sugli effetti negativi che la riduzione della durata delle concessioni avrebbero sull’occupazione e sull’aumento dei costi per la collettività che sarebbe costretta a incrementare la quota di gas e petrolio da importare da Paesi terzi. In questo modo aumenterebbe anche il traffico di petroliere nei mari italiani. Non solo. Tra le ragioni del “no” figura la limitatezza del quesito ad alcune situazioni specifiche che nulla hanno a che vedere con una riforma più complessiva del sistema energetico italiano.
Effettivamente il quesito referendario riguarda solo una piccola parte delle 130 piattaforme italiane offshore (quelle appunto collocate entro le dodici miglia dalla costa). Alcune stime evidenzierebbero come le 21 piattaforme estrarrebbero l’1% del fabbisogno italiano di petrolio e il 3% di gas. Una quantità significativa ma limitata rispetto al 10% di autoapprovvigionamento di idrocarburi che caratterizza complessivamente l’industria mineraria italiana.
Il referendum è frutto del pronunciamento di dieci consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto) dopo che la consueta raccolta di firme organizzata nell’inverno 2015 tra la popolazione era fallita non raggiungendo i numeri necessari. Si tratta di un elemento importante, senza precedenti nella storia d’Italia, che evidenzia un contrasto in atto tra Stato e Regioni rispetto alle competenze sulle concessioni minerarie. Le Regioni lamentano eccessivo centralismo del governo nazionale su scelte decisive per il futuro dei territori, scelte che possono incrinare il rapporto di fiducia tra le popolazioni e i rappresentanti degli enti locali. È importante, quindi, interpretare il quesito referendario al netto di una competizione di fondo tra le istituzioni e le forze politiche dove è bene isolare strumentalizzazioni ed esasperazioni. Per altro in questi casi sempre presenti.
Intersezioni in diverse occasioni ha lamentato la subalternità della cultura tecnico-scientifica, specie negli ambiti del giornalismo e della comunicazione di massa. Nonostante questo i social network e la rete consentono alla parte della popolazione più attenta e proattiva di consultare in tempi rapidi un numero cospicuo di documenti e di pareri qualificati. Proprio per questo, al di là dell’esito del referendum del 17 aprile, la prospettiva sul tema energia deve essere quella di proporre a medio breve termine un quesito più coraggioso dalla cui risposta si determinino scelte chiare, forti e sostanziali.
Alcuni obiettivi sono stati già oggetto di documenti ufficiali di programmazione. La Strategia energetica nazionale riporta che i consumi primari dovranno ridursi in un range dal 17 al 26% entro il 2050 rispetto al 2010, disaccoppiando la crescita economica dai consumi energetici. Lo stesso documento evidenzia che “saranno fondamentali gli sforzi nell’area dell’edilizia e dei trasporti”. Il contributo delle energie rinnovabili dovrebbe raggiungere livelli di almeno il 60% dei consumi finali lordi al 2050, con livelli ben più elevati nel settore elettrico. Oltre alla necessità di ricerca e sviluppo per l’abbattimento dei costi, sarà fondamentale un ripensamento delle infrastrutture di rete e di mercato.
Oggi l’Italia mostra poco meno del 20% dei consumi energetici alimentati da fonti rinnovabili (il 35% circa per quanto riguarda i consumi elettrici).
È evidente che le energie rinnovabili sono ancora ben lontane dal poter sostituire gli idrocarburi. Di questo l’opinione pubblica deve prendere coscienza. La stesura di piani e programmi in ambito energetico dovranno da un lato seguire le linee guida già elaborate (anche nell’ambito del recente Cop21) e dall’altro programmare e pianificare la gestione delle risorse naturali che deve mantenere vitale l’economia e la qualità della vita. L’energia che non verrà più prodotta dai combustibili fossili dovrà essere sostituita da fonti rinnovabili affidabili oppure dalla razionalizzazione dei consumi. La ricerca assume ancora una volta un ruolo determinante nella messa a punto di tecnologie pulite, efficaci ed efficienti. Tecnologie che dovranno essere calate nei territori e nel tessuto produttivo esistente.
Il voto democratico deve essere un’occasione in cui fare sintesi tra diverse soluzioni strategiche che, nell’ambito della razionalità e delle soluzioni suggerite dalla scienza e dalla tecnica, riescano a elevare la consapevolezza dell’opinione pubblica, delle istituzioni, della politica e della società tutta.
Quesiti referendari posti su situazioni particolari rischiano di non far crescere l’opinione pubblica e soprattutto di rimandare scelte globali necessarie.



  Andrea Bucci
caporedattore di Intersezioni



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