06 26 ottobre 2011 sfoglia numero

Opinioni

I boschi? Guardiani delle nostre città

Alessandro Nicoloso
L'urbanizzazione di piccole superfici può scatenare le piene. In assenza di piano d'indirizzo forestale la Regione dovrebbe vietare qualsiasi trasformazione del bosco.

Quel solo che può riparare da ruine sono i boschi intorno ai torrenti stessi, i quali, col trattenere l’acqua, ritardare l’impeto di quella che scorre dai monti e legare il terreno alle rive perché non si arrenda, diminuiscono la quantità dell’acqua, la velocità del suo corso e lo staccamento della materia.
(Andrea Montebello, 1793)

Basta chiederlo a un bambino di quinta elementare: a cosa servono i boschi? La risposta sicura e certa sarà a produrre ossigeno e a proteggerci.
Non si può negare che, almeno sulla carta anche i nostri legislatori lo sappiano, se non altro perché sono andati, con diverso merito, alle scuole dell’obbligo. In Italia non mancano le buone idee, solo che pentendosi di averle avute, si finisce spesso in un torpore mentale per il quale, se il sonno della ragione non arriva forse a generare mostri, produce quanto meno “para-doxa”.
Probabilmente per effetto delle reminescenze scolastiche e sulla scorta di un ambientalismo di facciata, il solerte legislatore del D. lgs 227/2001 sentenziò che “la trasformazione del bosco è vietata”. Poi, pentito per tanta chiarezza, si premurò di creare dei distinguo aggiungendo immediatamente “salve le autorizzazioni rilasciate dalle regioni in conformità all'articolo 151 del decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490, compatibilmente con la conservazione della biodiversita', con la stabilita' dei terreni, con il regime delle acque, con la difesa dalle valanghe e dalla caduta dei massi, con la tutela del paesaggio, con l'azione frangivento e di igiene ambientale locale”. Tanto valeva non dire nulla dato che, per la somma infinita di leggi e leggine varie, nessuno in Italia si sarebbe mai sognato di espiantare un bosco senza le dovute autorizzazioni! Ma tant’è, il principio di facciata, cioè quello visibile a tutti, era salvo, ma, nascosto fra le pieghe del giuridichese, il para-doxa lo era ancor di più. A tanta giuridica nettezza manca infatti un piccolissimo ed insignificante tassello, cioè uno di quei particolari per i quali non vale la pena spremersi troppo le meningi ché tanto si tratta di mera operatività dozzinale dei tecnici che non deve interferire con gli alti principi pomposamente esposti. Quel particolare insignificante è la risposta al seguente quesito: quando, come e con quali soglie di attendibilità vengono dimostrate le compatibilità? Nessuno si è curato di dare alcuna indicazione tanta è la banalità della domanda.
Un’attività tecnica, quale il supporto a scelte decisionali sostanzialmente irreversibili, come p.e. la trasformazione di un bosco in un grande magazzino, certamente è, può prescindere dall’obbligo di quantificare, di dare dei numeri (e non nel senso di sparare stupidaggini) e dei campi di validità della scelta con riferimento a quell’avverbio “compatibilmente”?
In Italia è tipico; stracolmi di metodi e procedure cadiamo sul merito. Lo scandalo italiano non sono tanto gli abusi edilizi bensì le autorizzazioni fatte senza analisi e senza alcuna capacità previsionale circa le conseguenze ma nel solo rispetto della correttezza procedurale. Autorizzare la trasformazione di boschi, soprattutto in ambito montano, senza una valutazione di merito su come ciò incida nel regime di deflusso delle acque o sulla stabilità dei versanti, sarebbe come ammettere la costruzione di un palazzo senza il calcolo dei cementi armati. Una follia. Ma se in un palazzo vivono al più qualche decina di persone, in fondo ad una valle o sotto un versante ci possono stare intere comunità. Ai progettisti e ai direttori lavori di case crollate (vedi terremoto in Abruzzo) si contestano errori tecnici e li si porta in giudizio per questo; a chi autorizza un disboscamento, del quale la legge impone di verificare la compatibilità sotto il profilo del “regime delle acque”, non si chiede nulla; basta sia stata autorizzata secondo le norme procedurali. Idem per le altre richieste di “compatibilità” (paesaggio, biodiversità etc.) circa le quali varrà probabilmente la pena fare ulteriori valutazioni in un altro numero di Intersezioni. La conseguenza ultima di questo modo di procedere tipicamente italiano è un paradosso allo stato puro; un ente forestale potrebbe giorno dopo giorno arrivare ad autorizzare il disboscamento totale del suo territorio nel pieno formale rispetto della norma. Nulla da accepire e così sia.
Nel merito dei problemi di compatibilità in particolare con il “regime delle acque”, diversi elementi hanno permesso di arrivare a questa prevalenza della forma sulla sostanza, ma ce n’è almeno uno di natura tecnica che, avendo contribuito a questo stato di cose, merita qualche ragionamento ulteriore. Invalsa è cioè l’abitudine a ritenere  che ciascuna singola autorizzazione alla trasformazione del bosco in un contesto di area vasta abbia spesso ricadute in sé infinitesime. Costruire una stecca di 10 villette a schiera in una valle di 10 km2 non si può negare sia in sé ininfluente e ciò conduce spesso a dichiarare  con granitica certezza nel provvedimento autorizzativo che “l’intervento è compatibile”. Ma è pura forma, mera dichiarazione di facciata per dare atto della coerenza con la legge e sulla base di cosa si pervenga a tale certezza rimane un mistero.
Sorge allora una domanda: come cambia l’uso del suolo nel tempo e quale peso assume la scelta di autorizzare la trasformazione di una “ennesima” porzione di bosco in un territorio così modificato?
In alcuni recenti lavori di pianificazione urbanistica condotti nel basso varesotto, è emerso che fra il ‘700 ed oggi  l’uso del suolo è cambiato come segue:


Tab.1.png

Ammettendo che ciascun territorio comunale sia in sé stesso un bacino idrografico, l’incidenza percentuale dei diversi usi del suolo nelle diverse epoche, considerati sul totale dell’ipotetica superficie del bacino, è la seguente:

Tabella2.png







In termini di variazione percentuale del singolo uso del suolo, ciò significa che dal ‘700 ad oggi le variazioni sono state le seguenti: 
Bosco, agricolo, urbano.jpg







Il modesto incremento di superficie del bosco (il bosco non sta diminuendo come molti ancora credono!) non è in grado di compensare in termini di regimazione delle acque – mediante l’abbassamento della portata di picco e la sua traslazione del tempo l’enorme perdita di terreno agricolo che nel medesimo periodo si è avuta a favore delle superfici urbanizzate.
Nella logica del “what if” e facendo delle semplici proiezioni riferite ad una situazione di partenza reale, un piccolo bacino della Valceresio di circa 1,2 km2 attualmente privo di porzioni urbanizzate e  per il quale è stata stimata una portata centenaria di 9,18 m3sec-1, ipotizzando di autorizzare trasformazioni del bosco per 5 ha a favore di  altrettanta superficie urbanizzata, la portata, a parità di altre condizioni, si eleva - calcoli alla mano fatti sulla base dell’approccio “afflussi-deflussi” -  a 12,00 m3sec-1 con un incremento di circa il 30%.
In altre parole, nelle condizioni di estrema espansione del tessuto urbano nelle quali ci troviamo ora, l’incidenza sulla formazione delle piene dovuta alla trasformazione di una quota ennesima di bosco ha una ricaduta enorme, sia in termini di rapidità di concentrazione/corrivazione sia in termini di portata, che non possono essere in alcun modo sottovalutate, pena il fatto che la stessa suddivisione del territorio comunale in aree omogenee di rischio possa risultare del tutto inaffidabile nell’arco di pochi anni, benché si sia permesso di costruire in zone ”formalmente” sicure e come tali percepite dai cittadini.
Lo strumento del Piano di Indirizzo Forestale, cui in Regione Lombardia è attribuita la competenza di fissare i termini della trasformabilità del bosco sia in termini qualitativi sia in termini quantitativi, garantendo una visione unitaria sovra-comunale, sviluppa previsioni di trasformazione del suolo boscato organiche ed omogenee, risultando oggi di fatto l’unico strumento in grado di poter dimostrare il rispetto di quel principio di compatibilità fissato dalla legge ma di fatto normalmente disatteso se non nei termini di mera declaratoria.
Riconosciuta tale evidenza, sarebbe pertanto auspicabile che in assenza del Piano d’indirizzo forestale la Regione vietasse qualsiasi ulteriore trasformazione del suolo boscato e che nelle sedi opportune, se necessario anche interne all’Ordine, si fissassero dei criteri e delle soglie di accettazione perché tale compatibilità risulti dimostrabile.
Trasformare un bosco senza valutazioni di merito ma solo in termini di procedura potrà forse essere legittimo ma aumenta nei fatti l’insicurezza per la collettività e il degrado, anche paesistico, del territorio.



  Alessandro Nicoloso
dottore forestale



Temi associati a questo articolo: Boschi e foreste, Dissesto idrogelogico, Suolo


 
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