37 16 ottobre 2013 sfoglia numero

Editoriale

Il coraggio del dissenso

Alessandro Nicoloso
Vajont: quando i professionisti hanno abdicato alla libertà intellettuale e all'indipendenza di giudizio.

I cinquant’anni dal Vajont sono un monito e uno stimolo alla riflessione, personale e come professionisti; “tutti” i professionisti, di qualsiasi estrazione e competenza si tratti, ma soprattutto quelli che si occupano di qualità della vita.
Il passare del tempo affievolisce qualsiasi cosa e quando fra 50 anni non ci sarà più nemmeno l’ultimo superstite da intervistare, il Vajont rischierà di diventare, al pari di molte altre catastrofi italiane anche recenti, solo un fatto accaduto.
Eppure il Vajont incute una strana soggezione, forse accentuata da un nome che ha in sé qualcosa di onomatopeicamente grave.
C’è la coscienza – confermata dalla storia giudiziaria – che qualcuno ha giocato sulla pelle della gente in nome di un profitto, probabilmente subendo il peso ricattatorio di chi esercitava in quel momento il potere.
La diga, peraltro originariamente prevista altrove, andava comunque riempita, al di là di come alcune evidenze geomorfologiche si stavano manifestando. Il dovere deontologico di una responsabile prudenza di fronte all’appalesarsi del rischio – o anche del solo suo legittimo sospetto – ha cioè ceduto di fronte a necessità e pressioni superiori.
A distanza di 50 anni, che in un mondo dominato dal sapere tecnico, cui si suole attribuire un valore di obiettività, la deontologia giochi un ruolo nodale nell’esercizio delle attività professionali lo si scorge leggendo alcuni passi della sentenza di primo grado dell’Aquila, in certa misura emblematica:
Gli esperti lasciarono il loro sapere in un cassetto e si prestarono a un'operazione mediatica” e, altrove, “Gravi profili di colpa si ravvisano nell'adesione, colpevole e acritica, alla volontà del capo ...
Il merito sul quale si è formulato il giudizio è squisitamente deontologico, legato cioè al dovere che il sapere dell’essere “esperti” porta con sé, all'indipendenza  che è richiesta per un corretto esercizio dell'attività professionale e alla fiducia che si tributa al professionista. 
La tecnica, senza con ciò minimizzarne l’importanza, non è quindi la più alta delle responsabilità di un professionista. C’è qualcosa che sta sopra e ne giudica l’applicazione; sono l’indipendenza e la libertà intellettuale.
Viene in mente l’ortolano di Vaclav Havel, che nell’umiltà del suo lavoro quotidiano in un sussulto di libertà e indipendenza morale si ribella alle pretese del potere, rifiutandosi di fare, con conseguente rischio personale, ciò in cui non crede e che non percepisce come vero.
La gestione del territorio e dell’ambiente si prestano a pressioni e ricatti, palesi o meno. Se a fianco di una competenza tecnica non ci sono questa indipendenza e libertà intellettuale, tanto offerta dal professionista quanto stimata e pretesa dal committente, specie se pubblico, la professione si riduce a poca cosa, spesso poco più che burocrazia e gioco lessicale, per trovare formulazioni che dicano senza dire, che ammettano senza assunzioni di responsabiltà.
Mentre cioè la storia e la politica vorrebbero svuotare di significato le professioni, si scopre che sono proprio la deontologia e la libertà intellettuale – oggetto specifico della vigilanza che la legge attribuisce agli ordini – il cuore dell’attività professionale. Ce n’è di che riflettere.

  Alessandro Nicoloso
dottore forestale



Temi associati a questo articolo: Ambiente, Autorizzazioni, Boschi e foreste, Comunicazione, Consulenza, Deontologia, Dissesto idrogelogico, Emergenze, Etica professionale, Formazione, Governo del territorio, Habitat, Informazione, Natura, Paesaggio, Pianificazione, Politica forestale, Professione, Selvicoltura, Sicurezza, Suolo


 
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