36 25 settembre 2013 sfoglia numero

Agronomia

Progettare e gestire l'acqua

Giuseppe Di Giovanni
Evoluzione normativa e stato del sistema irriguo nazionale alla luce di nuovi strumenti per la progettazione.

La presenza dell’acqua è stata, fin dall’antichità, uno dei fattori più importanti per la produttività di un’azienda e la relativa sostenibilità economica e ambientale. Dal Sud al Nord Italia, ogni agricoltore si è sempre prodigato per riuscire a ottenere l’oro blu per la propria terra. L’importanza dell’acqua per le specie vegetali ha fatto sviluppare la scienza dell’irrigazione che nei casi più ricorrenti, è finalizzata a incrementare l’umidità del terreno quando gli apporti idrici naturali e le riserve immagazzinate sono insufficienti a coprire il fabbisogno delle colture. Nello sviluppo dei sistemi di irrigazione a livello aziendale, la consulenza svolta dai professionisti, ha dato un grande contributo. Le aziende agricole all’avanguardia stanno adottando, in Italia e nel mondo, sistemi di progettazione sempre più moderni al fine di utilizzare al meglio la risorsa idrica, oltre che per motivazioni di carattere ambientale anche per motivi economici.

Qualche dato sull’irrigazione
Nel sesto censimento dell’Agricoltura Istat1 sono riportate circa 400 mila aziende italiane che utilizzano l’irrigazione per coltivare, complessivamente, circa 2,5 milioni di ettari. Le principali colture praticate sono il mais da granella, le colture ortive, le foraggere avvicendate, la vite, gli agrumi e i fruttiferi.
Per l’approvvigionamento d’acqua il 46% delle aziende agricole si serve dei consorzi di irrigazione e/o bonifica o comunque di altri enti irrigui, il 35% utilizza acque sotterranee presenti dentro o fuori l’azienda, il 14% impiega agli scopi irrigui le acque superficiali e, infine, il 5% utilizza altre fonti.
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Leggi nazionali
L’importanza dell’irrigazione è messa in risalto anche dall’elevato numero di leggi che, a partire dall’unità d’Italia, hanno tutelato e tutelano l’acqua come bene la cui salvaguardia è di interesse collettivo2. La legge 18 maggio 1989, n. 183, recepita poi nel Testo unico ambientale, è una delle prime norme a trattare della risorsa idrica. In particolare, la legge riguarda le bonifiche e il risanamento idraulico dei territori, atto all’epoca necessario per debellare la malaria e consentire la presenza dell’essere umano in zone prima poco idonee. A partire dalla metà del novecento, il quadro normativo moderno ha subito notevoli modifiche ed evoluzioni soprattutto durante gli anni novanta e duemila. La legge Merli, Norme per la tutela delle acque dall’inquinamento, ha costituito la prima normativa italiana sull’inquinamento e il risanamento dei corpi idrici. In particolare, la legge ha per oggetto la disciplina degli scarichi di qualsiasi tipo (pubblici e privati), la formulazione di criteri generali per l’utilizzazione e lo scarico delle acque in materia di insediamenti, l’organizzazione dei pubblici servizi di acquedotto, fognature e depurazione, la redazione di un piano generale di risanamento delle acque, sulla base di piani regionali nonché il rilevamento sistematico delle caratteristiche qualitative e quantitative dei corpi idrici. La legge Merli, abrogata ai sensi del Decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152, trattava anche dei criteri per la redazione di un piano generale di risanamento delle acque da parte delle regioni, oltre che delle azioni e degli interventi di risanamento necessari per il miglioramento o la prevenzione delle situazioni di degrado. Tra le principali norme di riferimento in materia di risorse idriche vi è la legge 18 maggio 1989, n. 183, Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo; tra le novità fondamentali introdotte possiamo includere l’individuazione del bacino idrografico quale ambito territoriale di riferimento tramite il quale programmare gli interventi di difesa del suolo. Questi interventi si coordineranno con i programmi nazionali, regionali e sub-regionali di sviluppo economico e di uso e tutela del territorio italiano. Negli anni novanta del secolo scorso, nella legge Galli (legge 5 gennaio 1994, n. 36, Disposizioni in materia di risorse idriche) si chiarisce un corretto “uso dell’acqua deve essere indirizzato al risparmio e al rinnovo delle risorse per non pregiudicare il patrimonio idrico, la vivibilità dell’ambiente, l’agricoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri idrogeologici” (art. 1, comma 3).
Il decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152, recepisce la direttiva 91/271/CEE e ha come obiettivo la definizione di una disciplina generale per le acque superficiali, marine e sotterranee al fine di: “prevenire e ridurre l’inquinamento e attuare il risanamento dei corpi idrici inquinati; conseguire il miglioramento dello stato delle acque e proteggere quelle destinate a particolari usi; perseguire usi sostenibili e durevoli delle risorse idriche con priorità per quelle potabili; mantenere la capacità naturale di auto depurazione dei corpi idrici, nonché la capacità di sostenere comunità animali e vegetali ampie e ben diversificate” (art. 1, comma 1). Nel 2006 il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale o Codice ambientale), rappresenta un’altra pietra miliare nella legislazione in materia di acque e ambiente in genere. Il decreto ha come obiettivo primario “la promozione dei livelli di qualità della vita umana, da realizzare attraverso la salvaguardia e il miglioramento delle condizioni dell’ambiente e l’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali”(art. 2, comma 1). Con riferimento alle norme sulle risorse idriche, il decreto recepisce la direttiva 2000/60/CE, incorpora e abroga il decreto legislativo 152/99 e la legge 183/89 e, inoltre, suddivide il territorio italiano nei distretti idrografici (parte terza del decreto). In particolare, i distretti sono:
•    Alpi orientali (38.385 Km2);
•    Padano (71.057 Km2);
•    Appennino settentrionale (39.000 Km2);
•    Serchio (1.600 Km2);
•    Appennino centrale (35.800 Km2);
•    Appennino meridionale (68.200 Km2);
•    Sardegna (24.000 Km2);
•    Sicilia (26.000 Km2).
Distretto idrografico padano.jpg


















Il distretto idrografico padano
Il distretto idrografico padano copre una superficie complessiva di circa 71.057 Km2 suddivisi tra 8 regioni italiane (Valle D’Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Liguria, Emilia Romagna e Toscana).
Al 2010 sono stati censiti 240 enti irrigui che utilizzano le risorse idriche del bacino idrografico padano e che coprono oltre un milione di ettari di superficie attrezzata3 che, da sola, rappresenta oltre il 40% dell’intera superficie nazionale. I sistemi di irrigazione adottati nel distretto idrografico del Po sono principalmente legati al sistema per scorrimento (51,9%), secondariamente al sistema per aspersione (29,1%), sommersione (13,5%), infiltrazione (2,1%), infiltrazione sotterranea (0,1%) e localizzata (3,3%).

La progettazione degli impianti irrigui
In merito alle caratteristiche del terreno la struttura, ossia la disposizione delle particelle del terreno e la relativa composizione, riveste una particolare importanza soprattutto per l’influenza esercitata sulla porosità. La capacità di campo è la quantità d’acqua che rimane nel terreno dopo che l’acqua in eccesso è stata sottratta per opera della forza di gravità. Quando un terreno è a capacità di campo, c’è una quantità sufficiente d’aria nei pori e di acqua disponibile per il fabbisogno della pianta. L’evapotraspirazione e la percolazione profonda, di fatto, allontanano l’acqua trattenuta fino a che la pianta non è più in grado di estrarre acqua dal terreno, raggiungendo in tal modo il punto di avvizzimento. Il punto di avvizzimento permanente di un terreno varia al variare della granulometria e della struttura del terreno stesso. L’acqua di irrigazione ha lo scopo di reintegrare la capacità di campo permettendo alle piante di soddisfare il proprio fabbisogno.
Schema Criteri di progettazione impianto irriguo.jpg



















La progettazione degli impianti di irrigazione può basarsi su diversi approcci empirici, oltre che sull’uso di abachi/grafi o tabelle o, in alternativa, a procedure matematiche che considerano solo condizioni standard e poco realistiche attraverso l’utilizzo di fogli elettronici di vario tipo. Da alcuni anni iniziano a essere utilizzati anche appositi software; questi sistemi, spesso sono nati per piccoli progetti di verde pubblico e giardinaggio, e risultano poco adatti per la progettazione di impianti di irrigazione di grandi dimensioni4. In ogni caso, qualunque sia il sistema di progettazione adottato, l’impianto deve avere una caratteristica fondamentale: l’omoge¬neità della somministrazione d’acqua5. Questa caratteristica può essere raggiunta suddividendo l’area oggetto della progettazione in macroaree omogenee.
In ogni caso, anche dimensionando perfettamente l’impianto e le sue componenti, l’aspetto fondamentale per la buona riuscita del progetto sarà la gestione dell’impianto stesso, considerando i fabbisogni e le caratteristiche fisiologiche delle colture presenti.




  Giuseppe Di Giovanni
dottore forestale, iscritto presso l’Ordine dei dottori agronomi e dei dottori forestali di Palermo



1 Istat, 2010. Sesto censimento generale dell’Agricoltura http://censimentoagricoltura.istat.it
 
2 Inea, 2011. Atlante nazionale dell’irrigazione, a cura di Raffaella Zucaro.

 3 Per superficie attrezzata si intende la porzione di territorio degli enti irrigui sulla quale insistono infrastrutture irrigue, ed è organizzato il servizio fornito.

 4 Perché progettare, Irriworks s.r.l. http://www.irriworks.com
 
5 La progettazione di un impianto di irrigazione, Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Pisa, a cura di Sonia Pec-chioli.

Temi associati a questo articolo: Acque, Agricoltura, Agronomia, Ambiente, Formazione, Gestione aziendale, Governo del territorio


 
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