04 14 settembre 2011 sfoglia numero

Competenze

La selvicoltura contro il dissesto idrogeologico

Alessandro Nicoloso
Le sistemazioni idraulico-forestali sono la priorità nella prevenzione degli eventi catastrofici. Troppo spesso i professionisti sembrano dimenticarsene.

Il problema sta a monte. Letteralmente.

Gli eventi alluvionali e dissestivi impongono alcune riflessioni a partire da come i media li annunciano.

Continuare a sostenere che “si è trattato di un evento catastrofico”, “di un fenomeno eccezionale” è una sorta di anestetico somministrato all’intelligenza di ciascuno di noi; in fin dei conti sapere che si è trattato di eventi eccezionali ci calma, ci rassicura. Ma fra le parole dei cronisti si annidano alcuni evidenti paradossi. Sentir dire da un intervistato che “un evento così non si vedeva da 20 o 30 anni” potrà forse tranquillizzare il famoso “uomo della strada” ma equivale a un’ammissione drammatica per chi sa qualcosa di statistica climatologica. Traducendo e operando una piccola estrapolazione che, se non certo rigorosa in termini scientifici, è tuttavia legittima in termini di buon senso, ciò significa che quello che ai più sembra “eccezionale” equivale nei fatti a eventi con tempo di ritorno di 25 anni. Di fatto un nulla.  Considerato che la progettazione di opere civili di regimazione dovrebbe basarsi su un tempo di ritorno almeno secolare, chi vuole veramente capire deve ammettere che:

1.         si sia costruito e/o si accettato di mantenere l’edificato in aree di pericolo grave,

2.         la valutazione del rischio e del pericolo spesso non sia adeguata,

3.         le opere realizzate siano l’esito di errori progettuali clamorosi,

4.         i fenomeni meteorologici siano profondamente cambiati,

5.         le condizioni dei bacini di monte non siano più le stesse di quelle cui la prassi modellistica fa riferimento.

Fermo restando che è più probabile che alla base di tali fenomeni vi sia una concausa, si impongono ulteriori  riflessioni. Il punto 1 è certo, soprattutto nelle aree urbane realizzate negli anni del boom economico. Il punto 2, ammesso che la valutazione del rischio e del pericolo sia stata fatta, è poco probabile. Il punto 3 è largamente improbabile o comunque costituisce l’eccezione e non la norma. Sul punto 4 non si può fare molto. Il punto 5 non è mai stato realmente contemplato nelle attività di prevenzione del rischio idrogeologico benché sia noto a tutta la comunità scientifica che il deflusso, sia in termini quantitativi sia di velocità di concentrazione è governato dall’uso del suolo. La stessa suddivisione del territorio in classi di fattibilità geologica per effetto degli studi ormai obbligatori a supporto della pianificazione urbanistica ha in sé dei seri limiti. Induce nei residenti e negli amministratori una falsa sicurezza in quanto porta a pensare che i limiti fra un’area e l’altra siano rigidi e quasi impermeabili. Una casa posta 10 metri fuori da un limite di inedificabilità sarebbe per ciò stesso sicura, il che, per chi conosce le variabili in gioco, è di per sé un assurdo. Ma, soprattutto, non tiene conto che il presupposto implicito e non dichiarato dell’attribuzione di una classe di fattibilità geologica è la permanenza delle medesime condizioni nei bacini di monte. Il degrado del bosco, in qualche caso il suo ormai imminente collasso; l’impermeabilizzazione crescente dei terreni anche nelle zone di monte; l’occlusione dei deflussi per effetto dell’accumulo di tronchi schiantati; l’impostazione idraulica tradizionale, sottesa a molte opere anche recenti, indirizzata spesso ad approcciare i problemi solo localmente spostandoli di fatto a valle o, più raramente, a monte; la mobilizzazione di volumi franosi non previsti al momento dello studio geologico anche per effetto della minore tutela esercitata da boschi e foreste sane ed efficienti, sono tutte condizioni per le quali la casa realizzata in area sicura 10 anni fa potrebbe non esserlo più fra 10 anni. Solo un organico piano di interventi selvicolturali e regimatori nei bacini imbriferi può garantire il mantenimento delle condizioni sulla base delle quali sono state operate le previsioni di rischio. Si chiamano sistemazioni idraulico forestali. Esistono da più di un secolo. I dottori forestali ne hanno la competenza ma se ne sono troppo spesso dimenticati. La chiarezza metodologica che dichiarava le sistemazioni idraulico forestali come sintesi di interventi estensivi (selvicoltura) e intensivi (regimazione), è quello che dobbiamo urgentemente recuperare per la tutela del nostro territorio.



  Alessandro Nicoloso
dottore forestale



Temi associati a questo articolo: Clima, Dissesto idrogelogico, Pianificazione, Politica forestale, Professione, Suolo


 
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Ordine dei dottori agronomi e dei dottori forestali di Milano - C.F. 80035770157 - Registrazione del Tribunale di Milano n. 630 del 26/11/2010 - ISSN 2280-689X