17 27 giugno 2012 sfoglia numero

Politiche

Dialogo della natura e di un dottore agronomo islandese

Luca Masotto
Giacomo Leopardi
Echi leopardiani sullo sfondo di un ragionamento sul ruolo della moderna agricoltura.

Tra il 21 e il 30 maggio 1824 Leopardi scrisse il Dialogo della natura e di un islandese, tremenda contemplazione del “perpetuo circuito di produzione e distruzione” che domina l’universo. Quasi due secoli dopo, un dottore agronomo islandese, posò sul comodino una copia (in lingua originale, s’intende!) delle Operette morali e, forse appesantito da una porzione troppo abbondante di surmatur, si appisolò.
A un certo punto, il collega islandese sobbalzò: una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, di volto mezzo tra bello e terribile, guardavalo fissamente.
Fu l’inizio di un breve scambio di battute.
Donna: chi sei?
Dottore agronomo islandese: sono un povero dottore agronomo islandese, che vo fuggendo la natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.
Donna: così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.
Dottore agronomo islandese: tu sei la natura? me ne dispiace fino all’anima; e tengo per fermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere.
Natura: ma che era che ti moveva a fuggirmi?
Dottore agronomo islandese: tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della necessità di contrastare quella che allora veniva definita agricoltura industriale per lasciare spazio alla riforestazione di suoli agricoli e a svariati interventi afferenti al cosiddetto secondo pilastro (come se ci si potesse concentrare su un “secondo” trascurando ciò che è “primo”). Inoltre, non volevo utilizzare sostanze di sintesi, solo prodotti di origine naturale, perché mi era parso di intendere che questa fosse l’unica strada per produrre cibo in modo sostenibile, in modo rispettoso… della natura, appunto. Come se non sapessi che vi sono molte sostanze di origine naturale più pericolose e persistenti di quelle di sintesi. Tuttavia, quello era il pensiero dominante e, quindi, iniziai a sviluppare teorie circa sistemi di produzione energicamente efficienti, equilibrati dal punto di vista ecosistemico e termodinamico. I giornali erano con me, i consumatori pure, i genitori promuovevano petizioni affinché il cibo servito nelle mense dei loro bambini fosse rigorosamente biologico, sebbene sospetto che pochi conoscessero veramente il significato di “agricoltura biologica”. Certo le rese erano inferiori a quelle dell’agricoltura “convenzionale”, ma il valore aggiunto enorme!
Natura: tuttavia ne parli al passato. Come mai?
Dottore agronomo islandese: vidi servizi televisivi, lessi proiezioni demografiche, iniziai a capire che con l’agricoltura dipinta dai giornali (si arrivò a colorarla di blu), il ritiro dei terreni dalla produzione, il mais coltivato a fini energetici e le foreste planiziali artificiali non ci sarebbe stata terra a sufficienza per produrre cibo per tutti. Ma volli accertarmene. In Islanda la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo della state, che sono qualità di quel luogo, rendono difficile l’attività agricola. Così mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi ottenere buoni raccolti con le mie tecniche politicamente corrette. Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi: ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove. Tal volta per l’abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi. In diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa! Avversità atmosferiche, decorsi stagionali imprevedibili, fitopatie e insetti mi hanno convinto che è opportuno utilizzare tutte le frecce a disposizione dell’agricoltura moderna, senza escludere a priori nemmeno le più controverse, quali, per esempio, gli organismi geneticamente modificati.
Natura: immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte. Quella che voi uomini chiamate natura è tutt’altro che un’entità buona. Sia chiaro, non sono nemmeno malvagia, sono semplicemente indifferente alle vostre sorti.
Ciò detto, nel tuo percorso riconosco un cambiamento radicale di mentalità. Nel frattempo, però, hai contribuito a dilapidare una cultura rurale tramandata da decine di generazioni di agricoltori! L’opinione pubblica non guarda più all’agricoltura come a un settore produttivo nel quale sono fondamentali investimenti e ricerca bensì come un’attività bucolica fatta di scarpe grosse e fiori tra i capelli.
Dottore agronomo islandese: Hai ragione, gli errori iniziali mi hanno fatto capire che è sufficiente il passaggio di una generazione per perdere il cosiddetto “know-how” agricolo ossia le conoscenze per produrre alimenti e servizi in quantità, qualità e continuità. Tanto più che l’agricoltura è un campo particolare nel quale l’imprenditore deve possedere una certa sensibilità per capire se, e quando, eseguire determinati interventi colturali.
Inoltre, la carenza di ricerca nel settore agricolo – soprattutto pubblica – ha comportato notevoli deficienze del sistema anche perché non è possibile lasciare la ricerca, soprattutto riguardo argomenti delicati e discussi, esclusivamente in mano ai privati: l’interesse del privato non sempre coincide con quello degli agricoltori o dei consumatori. Ora sono convinto che serva maggiore ricerca, da portare avanti senza pregiudizio alcuno e senza preconcetti. I tempi cambiano e con loro le necessità di una popolazione mondiale crescente e sempre più esigente in termini di dieta: non possiamo tornare a tecniche produttive anacronistiche. Piuttosto dobbiamo avere l’umiltà di comprendere lo spirito, i concetti, le fondamenta delle tecniche produttive dei nostri padri – la buona vecchia agronomia troppo spesso dimenticata – per poi tradurle in chiave moderna, aggiornando tecniche e tecnologie.
Natura: Credo che il tuo errore sia stato quello di non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo. Le leggi della termodinamica avrebbero dovuto insegnarti che ogni attività umana è contro natura perché, di fatto, la natura tende al disordine: i versanti franano (talvolta proprio con l’aiuto dell’uomo), le foreste secondarie o le praterie prendono il sopravvento sui campi coltivati (che in natura non esistono dal momento che si tratta di un’invenzione umana), gli insetti anelano alle derrate conservate nei vostri magazzini. Si potrebbe continuare con infiniti esempi. Caro dottore agronomo islandese, come vedi la sostenibilità dell’attività agricola non risiede nell’assecondare la natura, ma nel “combatterla”. L’alternativa è la fame. Vostra, naturalmente.
Dottore agronomo islandese: ero già arrivato a tale conclusione. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di quei delle piante).
Natura: a dire la verità, qualcuno dice che in un passato lontano l’uomo poteva godere dei frutti della terra senza fatica alcuna. Tuttavia è insito nell’animo umano non accontentarsi, così iniziaste a mangiare anche i frutti dell’albero proibito. Da allora foste costretti a guadagnarvi il cibo con il sudore della fronte. Sebbene leggendario, questo celebre racconto ricorda che fu vostra, di voi uomini, la scelta di trasformare una società di caccia e raccolta in una società di allevamento e agricoltura. Oggi, che gli abitanti del pianeta non sono più due soli progenitori, bensì sette miliardi di discendenti, vorreste forse tornare indietro?

  Luca Masotto
dottore agronomo, si occupa di verde urbano, consulenze tecniche ed estimative


Giacomo Leopardi
poeta



Temi associati a questo articolo: Agricoltura, Ambiente, Paesaggio, Politica agraria, Professione, Sicurezza alimentare


 
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