15 16 maggio 2012 sfoglia numero

Editoriale

Il suolo minacciato

Alessandro Nicoloso
Alla perdita irreversibile ci si oppone prendendo atto della nostra intima dipendenza dal suolo attraverso una tutela – vera – dell’attività agricola.

Cresce la preoccupazione per l’indiscriminata gestione della risorsa suolo, un bene tanto fondamentale quanto poco o del tutto non percepito come tale; di fatto un bene dato per scontato, che non fa normalmente parlare di sé, che non si nota. Non a caso il termine latino che indica il suolo è “humus”, umile.
Invisibile, scontato, quasi ovvio, eppure, ciononostante, fondamentale.
Il valore che diamo alle cose è la misura di quanto queste siano avvertite essenziali e rare ma, soprattutto, di quanto da queste dipendiamo. Nella tradizione contadina l’intima e diretta dipendenza dal suolo ne determinava la sua cura. Alcune delle più grandi trasformazioni storiche del territorio sono avvenute per migliorare, curare e mantenere il suolo e le sue proprietà. L’origine di tanti scorci del nostro paesaggio risiede nella cura continua che è stata posta nella gestione della risorsa suolo al fine di ottenerne frutti, siano essi agronomici, forestali, zootecnici. Oggi, che larga parte delle persone non vive direttamente dei frutti della terra, percepire questa dipendenza è assai più difficile e può avvenire solo in modo indiretto, con la mediazione di una comunicazione efficace e accessibile e il supporto di informazioni scientifiche.
“Pericolo grave e imminente” è la definizione che viene data a quelle situazioni in cui corre l’obbligo di sospendere un cantiere. L’esempio classico utilizzato per descrivere la situazione è quello della persona seduta su un ramo che sta procedendo a tagliarlo dalla parte del fusto… In pratica una situazione tanto paradossale da far pensare più ai cartoons di Willy Coyote che al gesto di un soggetto responsabile e razionale.
Questa è tuttavia l’immagine che emerge dai documenti allegati all’iniziativa che alcuni scienziati, primo firmatario dell’appello il prof. Fabio Terribile – pedologo dell’università di Napoli – stanno promuovendo relativamente al …costante degrado e a una perdita irreversibile e transgenerazionale di una risorsa ambientale fragile ed essenzialmente non rinnovabile… che costituisce il …principale deposito di carbonio delle terre emerse
Alcuni dati, puntualmente riportati nel sito www.proteggiamoilsuolo.it, fanno obiettivamente pensare. In dieci anni in Italia secondo l’Istat ci siamo “giocati” 300.000 ha di terreno, cioè una media di 30.000 ha/anno che equivale, tanto per rimanere su un piano di comunicazione emozionale, a 300 quadrati da 1 km di lato. Una perdita di fatto irreversibile legata a …pressioni ambientali crescenti determinate, e talvolta acuite, da uno sviluppo urbano non più sostenibile
Nonostante ciò e nonostante, occorre dirlo, un quadro normativo sempre più apparentemente attento al territorio, all’ambiente e al paesaggio, l’irrazionale utilizzo del suolo e/o la sua definitiva compromissione continuano ad avvenire, per lo più nel rigoroso rispetto formale di leggi e procedure. Non si vuole con ciò suggerire la loro disapplicazione, bensì sottolineare quanto il rispetto della norma procedurale non sia più in sé stesso garanzia di tutela.
Tanti sono gli aspetti che possono essere approfonditi, indagati e discussi nelle varie sedi. Ma per noi dottori agronomi e dottori forestali è importante sottolineare il concetto della “perdita irreversibile”.
Siamo in piena crisi economica e tuttavia ci sono piani di governo del territorio che ipotizzano espansioni urbane da boom economico. Ci sono una quantità di immobili invenduti che possiamo essere ragionevolmente certi rimarranno tali come cattedrali nel deserto. Ci sono amministratori che, alla domanda formulata in sede di processo di valutazione ambientale strategica di valutare l’esistenza di alternative alla localizzazione di immobili, considerano legittimo e ragionevole rispondere che non ci sono alternative dato che il proprietario ha quei terreni e non altri; ci sono boschi che in nome di un panteismo assai sospetto stanno cadendo su sé stessi con sistematica apertura di nicchie erosive e asportazione di suolo fertile; ci sono interventi che nelle intenzioni progettuali sono di grande rilevanza collettiva, come per esempio la creazione di casse di espansione idrauliche per la prevenzione di fenomeni di esondazione, che non tengono in alcun conto un minimo di multifunzionalità e di fatto congelano, destinandoli all’incolto, brandelli di terreno dove potrebbero essere realizzate piccoli biotopi di grande rilevanza naturalistica senza comprometterne la funzionalità idraulica.
L’elenco potrebbe essere lungo. E doloroso, oltre che paradossale. Come dottori agronomi e dottori forestali pensiamo che la minaccia legata al consumo irrazionale del suolo sia reale; che una politica di vera tutela territoriale diffusa non verrà dall’apposizione di nuovi vincoli e obblighi, facilmente aggirabili da procedure autorizzative sempre prontamente disponibili, ma da un impegno serio  e costante che torni a fare percepire quel senso di dipendenza dal suolo senza il quale questo diventa solo una piattaforma geotecnica.
Fino a quando non si assicura l’economia agricola e quella forestale da una contaminazione con la facile ricchezza ottenibile dall’indiscriminato sviluppo urbanistico, questo senso di dipendenza che porta a una laboriosità e a una cura della risorsa suolo non sarà mai possibile. Non si tratta di non costruire, ma di farlo al livello minimo indispensabile, individuando le aree di sviluppo urbano in modo univoco e certo, nel nome di un bene comune che non lasci spazi a giudizi di convenienza, ovvi quanto può esserlo scommettere sulla vincita di un peso massimo contro un bambino.
Fuori da regole certe e rigorose dai confini univoci e precisi, un terreno agricolo in odore di edificabilità di colpo vale decine di volte di più di uno destinato alla coltivazione; è difficile così immaginare un serio interesse alla coltivazione del fondo, alla tutela della fertilità del suolo e al suo mantenimento, ed è anzi assai più ragionevole pensare che il miraggio di un facile guadagno allontani dalla fatica del lavorare la terra. Terreni forestali il cui valore di capitalizzazione, conti alla mano, è pari a circa 1 €/m2 sono oggi oggetto di compravendite a 20/40 volte tanto. Difficile pensare sia l’esito di attente e lungimiranti analisi fatte da imprenditori forestali che abbiano trovato modo di estrarre l’oro dalle foglie. Molto più facile immaginare che la formazione del prezzo sia nella realtà basata su aspettative ben diverse da quelle selvicolturali.
Nell’associarci con convinzione all’appello del mondo scientifico sulla tutela del suolo, chiediamo che ciò avvenga non tanto con prescrizioni e divieti ma con una seria tutela delle attività primarie che devono essere messe in condizioni di poter operare in un quadro di lungimiranza e convenienza economica all’interno di scelte territoriali razionali finalizzate al bene comune. Su questa strada la competenza e il dinamismo dei dottori argonomi e dei dottori forestali offrono un prezioso contributo di conoscenza per orientare la pianificazione del territorio e limitarne l’uso irrazionale.


  Alessandro Nicoloso
dottore forestale



Temi associati a questo articolo: Ambiente, Boschi e foreste, Dissesto idrogelogico, Governo del territorio, Paesaggio, Pianificazione, Professione, Suolo


 
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