14 25 aprile 2012 sfoglia numero

Contaminazioni

Progettazione al naturale

Alessandro Nicoloso
Dai dintorni di un aeroporto lombardo una riflessione su selvicoltura e paesaggio.

Fin da piccoli ci hanno insegnato a dare un nome alle cose e a catalogarle. È un esercizio di ordine mentale importante che ci segue tutta la vita e che aiuta ad una reciproca comunicazione.
Nella nostra professione, ormai così enormemente articolata, fino a pochi anni fa c’erano l’agricoltura e la selvicoltura con i loro sottoinsiemi; il catalogo era ancora modesto e di semplice lettura.
Rimboschimento naturale a Malpensa.JPG






















Pian piano però le cose si sono complicate. Sono arrivati la progettazione del paesaggio, la fitodepurazione, le biopiscine, la stabilità delle piante, il verde verticale, quello orizzontale e magari pure quello obliquo. Un fiorire di idee e nuovi scenari certamente affascinante; che tuttavia conferma quella necessità ultima, quasi ontologica, che ci portiamo dentro di classificare e, ciò facendo, di creare delle demarcazioni fra una cosa e l’altra nel tentativo di mettere ordine fra esse e, forse, più ancora nella nostra testa.
Ma la realtà, che è molto più progressiva e non va per compartimenti stagni, ci dimostra che tali limiti sono talvolta di dubbia individuazione e ciò sollecita riflessioni su stimolanti contaminazioni e nuove Intersezioni fra le diverse discipline.
Uno va per esempio a Malpensa e, passato l’ingresso storico (oggi Terminal 2), dopo una breve sopraelevazione, si accorge che la strada entra in trincea scorrendo  circa 10 m sotto il piano di campagna; sulle scarpate una fitta vegetazione costituita da pinetti di Pino Silvestre.
Un bel esempio di inserimento paesistico della superstrada in un contesto di brughiera, ambiente nel quale il Pino silvestre alberga benissimo fin dal Settecento, quando cioè Maria Teresa ne favorì il diffuso impiego in terreni marginali fortemente oligotrofici. È facile immaginare fra 15-20 anni il fascino che avrà questo tratto di superstrada nel bosco, sovrastata da un bel cielo azzurro eppure a pochi passi da un monumento alla modernità come un aeroporto intercontinentale. Viene spontaneo un plauso al progettista per una non comune sensibilità ed una invidiabile conoscenza di botanica.
Tuttavia qualcosa non convince; sarà l’assenza di un sesto d’impianto, l’assenza di reti e tutori, una certa difformità di densità... Riavvolgiamo il nastro. Giriamo da strade secondarie per raggiungere il ciglio superiore della scarpata. Si entra in un bosco di Pino silvestre che arriva proprio fino al ciglio
Rimboschimento naturale a Malpensa AN.JPG






















superiore della scarpata stradale…Ma allora è chiaro!
Il giovane popolamento sottostante è l’esito di una disseminazione naturale e non di una progettazione del verde! La natura ha fatto il suo corso e la realizzazione della strada, che ha comportato l’eliminazione integrale di una lunga fetta di bosco e la messa a nudo di terreno minerale è stata l’equivalente di un taglio raso a strisce, tecnica ampiamente documentata e suggerita per il Pino silvestre in molti trattati di selvicoltura speciale.
Sorge, dunque, un dubbio. Dove sta, se sta, il limite fra progettazione del paesaggio e selvicoltura? La realtà ci provoca e forse è tempo che la selvicoltura esca da rigidi confinamenti unicamente riferiti alla stretta gestione forestale e porti il suo contributo anche alla progettazione del paesaggio.

  Alessandro Nicoloso
dottore forestale



Temi associati a questo articolo: Infrastrutture, Paesaggio, Professione, Selvicoltura


 
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