13 4 aprile 2012 sfoglia numero

Politiche

Politica forestale, vecchi e nuovi orizzonti

Alessandro Nicoloso
Le produzioni forestali dovrebbero essere valorizzate tramite politiche mirate. Dal mondo professionale un appello rivolto a politici e amministratori.

Più d’uno sostiene che l’Italia non abbia mai avuto una politica forestale e che questa sia sempre stata di fatto succedanea di quella agricola e/o di quella di tutela idrogeologica. Fermo restando che le interazioni con il comparto agricolo e con quello della tutela idrogeologica sono fondamentali oltre che fisiologiche, è da segnalare l’ormai pluridecennale difficoltà a introdurre nel settore forestale vere innovazioni strutturali che permettano di uscire da una marginalità e da una tendenza a iniziative estemporanee e spesso fuori tempo; un po’ come un orchestrale che, seriosamente compreso nella parte, suoni la melodia del rigo sbagliato o come l’impacciato che faccia una battuta quando non c’entra nulla. Una circostanza talora vagamente kafkiana.
Il ciclo gestionale di una foresta dura non meno di un paio di decenni e spesso più di un secolo; ne consegue che in selvicoltura come in politica forestale, l’obiettivo che ci si pone fra decenni determina le scelte operative di oggi. La foresta più di ogni altra cosa chiede una politica vera, cioè la capacità di fare scelte che abbiano un orizzonte lungo, alto, preciso, da perseguire con perseverante coerenza e sostanziale diffidenza verso demagogismi e mode che, per definizione, hanno orizzonti assai brevi. Scelte che non si misurino su tali orizzonti sono destinate a probabile fallimento.
Una lettura semplificata ma obiettiva della storia forestale italiana permette di cogliere alcuni esempi di queste stonature e demagogie nonché, auspicabilmente, di trarre qualche insegnamento.
Nell’intento di favorire l’agricoltura la “legge forestale” del 1877 (cfr. Nicoloso A., Un costituzionalista a spasso per l'Italia, Intersezioni, 9, 11 gennaio 2012) liberalizzò pressoché indiscriminatamente la distruzione di boschi fino al limite del castagno. Dopo pochi lustri iniziò una politica incentrata sui rimboschimenti proprio per mitigare gli enormi problemi di dissesto idrogeologico che si erano determinati anche per effetto di scelte grossolane, scarsamente lungimiranti e prive di fondamenti tecnici adeguati.
Negli anni 20 del Novecento nacque l’idea dei consorzi forestali. A prescindere dalla bontà dell’idea di una gestione forestale unitaria di più proprietà, molti consorzi risentono ancora oggi dell’impostazione originaria nella quale l’attenzione alla valorizzazione economica del prodotto fatica a emergere. In un momento nel quale i cordoni della borsa sono sempre più stretti, un’impostazione più direttamente market-oriented – che valorizzi veramente bene la materia prima disponibile – non è più una condizione opzionale bensì una condizione necessaria per garantire la gestibilità della foresta.
Correvano gli anni del secondo dopoguerra e, nella frenesia della ricostruzione, prendendo atto che i cedui valevano poco, si pensò al loro arricchimento con le conifere ritenendo che queste avrebbero dato materia prima per le attività industriali, carpenteria o cellulosa che fosse. Decenni dopo le conifere, come tanti impianti di specie a rapido accrescimento, sono ancora lì, intristite e senza speranza oltre che sbertucciate dai puristi della natura. L’edilizia è ferma e, anche quando nel passato non lo è stata, di quelle piante il cui legname aveva caratteristiche tecnologiche scadenti perché cresciute fuori areale oltre che distribuite tra milioni di piccoli proprietari, non se n’é fatto assolutamente nulla. Si era badato alla distribuzione delle piantine ma non a creare e strutturare un mercato. La politica del rimboschimento, rivelatasi ottima per il contenimento e la mitigazione dei fenomeni di torrenzialità, non poteva essere tal quale replicata con obiettivi di natura economica senza un’adeguata politica di filiera. Flop.
Negli anni 80, sotto la spinta di una crescente sensibilità ambiental(ista), iniziò una denigrazione della selvicoltura; in alcuni convegni si arrivò a demonizzare “il metro cubo”, enfatizzando con ciò la presa di distanza da chi ancora si interessava di incrementi, volumi, provvigioni, ripresa, macchiatici, ecc. La selvicoltura, con la non trascurabile influenza di alte gerarchie forestali, venne pian piano messa in discussione. Nel frattempo però, da qualche altra parte nel mondo, attraverso leve proprie del marketing, gruppi ambientalisti teorizzavano la certificazione forestale quale nuovo orizzonte, culturale e commerciale prima ancora che tecnico, ove indirizzare la gestione dei boschi. Se da noi si rischiava di mandare in soffitta l’assestamento e parte della selvicoltura, organizzazioni ambientaliste internazionali fissavano protocolli di certificazione che in larga parte, se letti con molta attenzione, altro non sono che la sintesi della migliore tradizione forestale italiana, assestamento compreso. Nei “principi e criteri” dei principali modelli di certificazione forestale, ci sono, fra gli altri, l’obbligo di gestire le foreste secondo un piano; l’obbligo di dimostrare la sostenibilità dei prelievi; lo stimolo a una valorizzazione economica dei boschi che non si limiti al legno (multifunzionalità); il rispetto delle tradizioni locali e dei diritti dei nativi (concetto piuttosto vicino ai nostri usi civici). Colmi di quella che in psicologia si chiamerebbe “scarsa autostima”, abbiamo masochisticamente tentato di buttare via il bambino della tradizione selvicolturale con l’acqua sporca di alcune rigidità modellistiche, facilmente superabili con qualche giusta e doverosa correzione, analogamente a quanto avvenne con l’avvento del metodo colturale. Così, mentre noi rischiavamo di perdere un ricchissimo e plurisecolare patrimonio di conoscenze, altri scoprivano l’acqua calda della gestione sostenibile, peraltro principio intrinseco proprio dell’assestamento forestale, definito come la disciplina che ha come scopo di rendere massima e costante la produzione di beni e l’erogazione di servizi. Non è secondario ricordare che lo stesso protocollo di Kyoto, trattando dei carbon sink forestali, li lega alle foreste gestite, con ciò implicitamente riconoscendo il ruolo della selvicoltura e dell’uso del legno nell’attuazione di politiche di riduzione dell’effetto serra; proprio quell’effetto che l’opinione pubblica, a causa di una pubblicistica emotiva, sommaria e fuorviante, ritiene spesso riferito alle foreste vergini che, fondamentali per quanto concerne la biodiversità, la termoregolazione e altri fattori, non lo sono certo per il sequestro della CO2.
Negli anni della forte pressione utilizzativa, diciamo fino alla fine degli anni 60, non è difficile pensare che la maggior parte dei boschi italici fosse utilizzata con una discreta regolarità e che in bosco non ci fosse “una-pianta-morta-una” poiché ciò sarebbe stata considerata un’offesa alla buona reputazione del proprietario e dello stesso boscaiolo. Oggi, che in molte zone abbiamo la maggior parte dei boschi in sostanziale abbandono e nei quali non poche piante sono morte o deperenti, c’è l’obbligo di lasciare in piedi un certo numero di piante morte per ettaro per la biodiversità. Considerato che molti patogeni forestali si sviluppano esattamente in condizione di debolezza e che, per l’abbandono che li caratterizza, molti nostri boschi, specie i cedui prealpini e planiziali, sono in queste condizioni, viene da chiedersi quale beneficio possa portare tale obbligo indiscriminatamente applicato.
Così, mentre noi facciamo speculazioni di filosofia forestale evitando di osservare la realtà nella sua evidenza (“poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità” – Alexis Carrel – premio Nobel per la medicina nel 1912), continuiamo a importare prodotti legnosi, anche di fascia bassissima, come legna da ardere e paleria – che pure potremmo produrre senza grandi difficoltà – proprio da paesi (Svizzera, Francia, Austria) che consideriamo particolarmente attenti alla tutela del patrimonio naturale e alla gestione del territorio.
Per garantire la giusta e auspicabile biodiversità non sarebbe meglio valorizzare sotto il profilo squisitamente naturalistico innanzitutto i boschi meno accessibili e quelli non indispensabili per la tutela idrogeologica, evitando così di penalizzare la già piccola produzione legnosa che ci possiamo permettere? Tanto più che, sulla base delle statistiche più recenti di regione Lombardia, l’utilizzazione dei boschi lombardi incide meno del 20% del suo incremento; considerato che tale prelievo è in genere concentrato e non distribuito sull’intero patrimonio, ne deriva che più dei 4/5 delle foreste lombarde non sono oggi utilizzate. Difficile pensare, di fronte a tali dati, che oggi sia prioritario il rilascio di piante morte o a invecchiamento indefinito in ogni area dove ancora si taglia.
Oggi, e ne siamo tutti contenti, va di moda la bioedilizia e l’arredo ecologicamente corretto che, guarda caso, si fanno con il legno dato che con la plastica non viene bene. E allora tutti all’Ikea a prendere i mobili fatti con banalissimo legno di Betulla o di Pino… Traduzione: noi compriamo prodotti fatti con legni che vengono da qualche migliaio di chilometri in ottemperanza a mode e consumismi, ma lasciamo che i nostri boschi fuori di casa si degradino per avere un’illusione di foresta naturale. Forse sarebbe il caso di spiegare all’opinione pubblica che, come il latte non si produce sugli scaffali dei supermercati, il legno non viene dai magazzini dell’Ikea ma da foreste correttamente gestite e che la disciplina per garantirsi la perpetuità dell’unica materia prima realmente rinnovabile c’è e si chiama selvicoltura e ha alle spalle almeno 1000 anni di tradizioni, cultura e conoscenze tecnico-scientifiche. Conoscenze che, più ci allontaniamo da un intimo rapporto con il territorio, dal quale per secoli è stato tratto tutto l’indispensabile per vivere e le cui attività ci hanno consegnato angoli di paesaggio unici e una sostanziale qualità ambientale, più cadono nell’oblio. È il caso per esempio della ormai persa conoscenza dei materiali locali, il legno su tutti. Basti a tal proposito notare l’appiattimento materico e paesistico che caratterizza le piste ciclabili, i parchi, i giardini, ormai tutti uguali da Sesto San Giovanni al lago Maggiore, realizzati con tondi di legno trattati con preservanti in autoclave, disdegnando l’impiego proprio di quello locale (per esempio nel contesto prealpino il castagno, che pur presenta durabilità naturalmente assai superiore oltre a una migliore compatibilità paesistica), piccolo – ma non unico – esempio che dimostra il profondo scollamento fra politiche forestali, ambientali, paesistiche e urbanistiche che, insieme, e l’avverbio non è un dettaglio, dovrebbero rappresentare la politica territoriale.
È così difficile in una politica forestale seria condurre una campagna di conoscenza della materia prima locale e tradizionale a favore di progettisti e uffici tecnici? È così fuori luogo imporre un’esplicitazione del rapporto costi-benefici con indicazione, analogamente ai prodotti agricoli, del luogo d’origine dei legnami che si impiegano negli appalti pubblici in modo che si possa cogliere il paradosso di usare legno che viene da 2000 km, disponendo localmente di una materia prima migliore in boschi che stanno cadendo su sé stessi? È così difficile favorire, nelle pieghe della normativa urbanistica e utilizzando per esempio l’istituto dell’incentivazione, l’impiego in edilizia di legnami locali legandolo a uno schema di bilancio di CO2 e contribuendo così a dare attuazione agli obiettivi di Kyoto?
C’è la crisi; su questo ci sono pochi dubbi. “Crisi”, cioè, etimologicamente, “scelta”, quindi opportunità. In un momento nel quale dobbiamo pensare a energie alternative, in cui occorre sprecare il meno possibile e favorire la gestione sostenibile e un uso consapevole delle risorse, in cui a parole vorremmo boschi belli e sani a supporto di politiche del turismo ecologico (se portassimo dei turisti in un bosco di piante morte e ribaltate potremmo stare certi che l’anno seguente se ne staranno volentieri a casa) non sarebbe meglio fare qualcosa di veramente innovativo e avere l’ambizione di fare le locomotive e non le carrozze che vanno dietro a questa o quella moda?
Oggi al bosco si chiede veramente tanto ma, rispetto a qualche anno fa, abbiamo una fortuna: la crisi, appunto.
In tempi di vacche grasse ci siamo permessi di lasciar degradare le foreste, prima in nome di uno sviluppo che si voleva senza sostanziali limiti e, dopo, in ossequio a logiche modaiole; forse ora varrebbe la pena smettere di oscillare ed essere più razionali e lungimiranti, soprattutto evitando strategie semplicistiche che, come sommariamente esposto, sono da sempre sospette in campo forestale.
Siamo evidentemente a una svolta.
Vent’anni orsono parlare di case in legno fuori dai ridenti pascoli altoatesini sarebbe stata una barzelletta; oggi il settore dell’edilizia in legno sta crescendo a vista d’occhio. Alla recente fiera “Como Casa Clima” per esempio, il legno nei suoi vari aspetti è stato il vero comune denominatore di larga parte degli stand presenti. Negli anni settanta il segno della modernità si chiamava “metano”; oggi si chiama “pellett e cippato”. Nel periodo del boom economico la plastica era il segno dell’indistruttibile, quasi come dire che un prodotto fatto di plastica non sarebbe mai stato un rifiuto; oggi sappiamo che la sua distruzione è possibile ma produce non trascurabili quantità di inquinanti e che, invece, fabbricare un mobile, un pannello coibentante o un manufatto in legno congela il processo di cessione della CO2 contribuendo a migliorare l’ambiente, tanto più quanto più il bosco da cui è stato prelevato il legno è vicino a dove verrà lavorato e posto in opera.
Urge che il bosco venga percepito, specie dalla classe politica, più come un’opportunità, anche economica, che come un fastidio da eliminare o un riferimento di facciata, che sono i due estremi del medesimo disinteresse.
Urge che politici e amministratori, capendo la complessità del sistema forestale che ha risvolti sociali, economici, culturali, di sicurezza e di interazione con filiere importanti, evitino scelte troppo semplici fino al punto da risultare semplicistiche.
Urge cioè che sia finalmente elaborata una vera strategia per il bosco e per la filiera connessa che tenga conto di tutti i fattori in gioco, diretti e indiretti, senza peraltro miscelarli in orientamenti indistinti e generici; urge tornare a valorizzare la selvicoltura, disciplina che può essere scritta tanto con la “o” quanto con la “u” per la densità di storia che si porta dentro e per l’importanza strategica che potrebbe rivestire oggi che a scala mondiale l’offerta di legno è più bassa di una domanda in notevole parte drenata dalle economie emergenti; che il prezzo dei combustibili fossili continua ad aumentare; che legno e derivati sono sempre più richiesti in diversi e moderni comparti produttivi; che si riconosce a questa materia prima un’effettiva coerenza con politiche di riduzione dell’effetto serra e di contenimento del dissesto; che si chiede una qualità paesistica e ambientale per migliorare la qualità della vita.
I tempi sono maturi per darsi una vera politica forestale moderna ed efficiente fatta di obiettivi chiari e di lungo respiro con regole che non cambino ogni due per tre; di tutela naturalistica non demagogica, ma coordinata con una seria selvicoltura veramente multifunzionale e con un occhio di riguardo agli aspetti produttivi; di apertura a una vera imprenditoria forestale privata, con politiche premiali per il privato che a qualsiasi titolo si associ e il potenziamento dell’istituto della concessione applicato a interi piani di assestamento, le cui previsioni vengono invece oggi per lo più parcellizzate in mille singoli affidamenti di taglio con enorme dispendio di burocrazia e costi, oltre che inevitabile scarsa coerenza degli interventi alle previsioni dei piani stessi in considerazione del fatto che ciascun intervento è spesso concepito autoreferente e finalizzato a fare cassa. Concedere a imprese private l’intera gestione di un piano di assestamento forestale potrebbe permettere a queste di fare investimenti, anche di formazione del personale e quindi di qualificazione del settore, su un arco temporale sufficientemente lungo; permettere lo sviluppo di moderne strategie commerciali; permettere di fare rientrare nella trattativa economica, in tutto o in parte, anche i costi delle migliorie previste dai piani stessi a tutto vantaggio di una minore dipendenza dalla contribuzione pubblica diretta.
Steve Jobs. Se c’è una cosa che colpisce leggendone la biografia è la sua capacità di vedere le cose dall’altra parte e di affrontare i problemi in modo originale; nella sua vita, talora coscientemente talora no, ogni problema è così diventato un’opportunità. Think different, appunto. Proviamo a pensarci anche per il bosco, che non è né un impiccio sulla strada dello sviluppo né un vitello d’oro da idolatrare ma un alleato strategico da valorizzare con politiche innovative, coraggiose, durature e pragmatiche, tanto rigorose quanto lontane da provincialismi, demagogie e bizantinismi procedurali per i quali sarebbe ora di potere dire “game over”.




  Alessandro Nicoloso
dottore forestale



Temi associati a questo articolo: Boschi e foreste, Dissesto idrogelogico, Gestione aziendale, Paesaggio, Pianificazione, Politica forestale


 
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