09 11 gennaio 2012 sfoglia numero

Editoriale

Un costituzionalista a spasso per l'Italia

Alessandro Nicoloso
Quanto diversa avrebbe potuto essere la storia del nostro Paese se avesse avuto...

Sabino Cassese non si occupa né di territorio né di dissesto. Di lavoro fa il costituzionalista. Eppure, forse a Sua insaputa, ha colto dove si annida uno dei principali problemi del degrado del nostro territorio che sembra essere progressivamente passato da madre premurosa, da risorsa carica di splendore del vero, a matrigna dall’alito pesante e dal fare sconveniente, luogo troppo spesso teatro di dolore e morte. Così si legge nella presentazione del Suo libro, L’Italia: una società senza stato (Il Mulino, 2011), “quanto diversa avrebbe potuto essere la storia italiana se il nostro paese avesse avuto […] leggi che dettano regole e non deroghe”.
Ecco il punto.
Non si può deturpare il paesaggio… ma volendo
Non si può costruire in zone a rischio… tuttavia
Non si possono trasformare i boschi… se non compatibilmente con
Non si possono sanare i reati ambientali … ma si può fare l’accertamento di compatibilità
C’è il vincolo idrogeologico… ma c’è lo svincolo
C’è la rete ecologica… ma è solo un indirizzo non cogente
C’è la classe di fattibilità 4, divieto assoluto di costruzione… tuttavia il 4 può essere convertito in 3 e, visto che ci siamo, ad abundantiam, magari anche in un 2 condizionato
Sembra che parlare di certezze sul territorio sia un insulto.
Se non fosse da piangere sarebbe da ridere… punto...due punti!
Ma in questo panorama dove stanno cultura tecnica e rigore metodologico?
Senza scomodare Platone e Totò, ogni tanto tutti noi ci sentiamo un poco filosofi e un poco umoristi (c’è differenza?) a vivere in quest’Italia paradossale dove si è talvolta perso il senso del ridicolo e nella quale, più proliferano le leggi e i proclami altisonanti e più sembra allontanarsi la concreta tutela del territorio e del paesaggio.
Ascoltata su RAI 1 nei giorni successivi all’alluvione di Genova e attribuita a uno dei tanti parlamentari che non aspettano l’ora di cavalcare l’onda emozionale delle stragi d’innocenti legate al dissesto idrogeologico: “occorre un piano strategico!”. Quel che si dice un’idea nuova, quasi geniale.
Ma se siamo pieni di piani strategici, leggi e leggine, decreti, circolari, pareri, sentenze, pronunciamenti e chi più ne ha più ne metta….!
Ma chi ci amministra lo sa quante leggi abbiamo sulla difesa del territorio e del paesaggio? Cosa ce ne facciamo dei piani se poi le case sono, per lo più legittimamente autorizzate, dove non dovrebbero proprio stare? E se i torrenti sono occlusi dai tronchi alla faccia delle leggi di polizia idraulica? E se a valle arrivano montagne di detriti che riducono le sezioni d’alveo? Un piano strategico di cosa?
Se, al posto di fare leggi dopo ogni disastro, si facessero funzionare quelle che ci sono tutti i santi giorni nel rispetto della loro ratio tecnica profonda e non della sola valenza burocratica, sarebbe più che sufficiente a far stare tutti meglio. Se le autorizzazioni nel settore idrogeologico e paesistico, troppo spesso diventate di fatto un atto dovuto, non fossero mere procedure pro-forma che di norma esprimono il loro massimo contenuto tecnico nel “si autorizza con il rispetto delle seguenti prescrizioni: non alterare il regime delle acque…..” o nell’imposizione di “barriere schermanti con specie autoctone”, forse si otterrebbe una maggiore tutela reale. Qualcuno ha mai visto un diniego allo svincolo idrogeologico? E una multa per infrazione alle norme di polizia idraulica? Qualcuno ha mai visto un’autorizzazione contenente una prescrizione tecnica, precisa, specifica, men che ripetitiva e generica? E un controllo ex post dell’avvenuto rispetto della prescrizione? Qualcuno ha mai visto, salvo lodevoli eccezioni, la condivisione ragionata di un progetto di trasformazione urbanistica orientato a un effettivo miglioramento della componente paesistica?
 A parte le ricadute sulla qualità del territorio, la presenza di norme sempre più interpretabili e derogabili, anche laddove – come sul paesaggio e, soprattutto, sul dissesto – sarebbe opportuna una certa rigidità e cogenza, ha delle ricadute sulle stesse attività dei professionisti; questi o non sono per nulla stimolati a progettazioni di qualità, bastando un buon ufficio, o, all’estremo opposto, sono vessati da richieste stravaganti ed estemporanee, possibili proprio per la genericità di leggi, piani e programmi, e che, di fatto, sono solo l’altra faccia della medaglia delle deroghe.
Ancora Cassese: “quanto diversa avrebbe potuto essere la storia italiana se il nostro paese avesse avuto […] istituzioni capaci di creare fiducia nello stato come ente rappresentativo della collettività”…il famoso “bene comune”.
E dove stia oggi la fiducia lo spiegano due fatti, tristemente emblematici.
Autunno 2010, alluvione in Veneto. Il presidente della Regione invita i cittadini ad assicurarsi contro i disastri idrogeologici. Un anno dopo, le compagnie assicurative si rifiutano. Delle due l’una: o le compagnie assicurative hanno smesso di fare il loro mestiere e non sono più interessate al vil denaro, oppure semplicemente non si fidano delle valutazioni di rischio fatte dalle pubbliche amministrazioni. Tertium non datur. La cosa buffa è che i politici si affrettano a comparire in pubblico a dire che non è vero che c’è rischio e che sono le assicurazioni che sbagliano… Andando avanti così, prima o poi ci sentiremo dire che non c’è stata alluvione.
D’altra parte, a pensarci bene, non c’era nemmeno la crisi economica.
Autunno 2011, alluvione di Messina. Finita l’emergenza si apre una colletta per far fronte ai danni. La solidarietà, beninteso, è un bene in sé ed è pertanto la benvenuta, ma in ciò non si può non notare la sfiducia della gente nella capacità dello Stato e delle proprie articolazioni territoriali di far fronte alla domanda di sicurezza dei propri cittadini. Siamo cioè alla “sussidiarietà al contrario”; i cittadini che suppliscono alle carenze e alle incapacità dello Stato. D’altra parte, si sa, siamo dei creativi e non ci facciamo mancare nulla. La nostra arte è l’improvvisazione e “io speriamo che me la cavo” potrebbe essere il nostro motto.
Ma il problema non sono solo e tanto le leggi che li ammettono, ma anche gli uomini che fanno continuo ricorso a distinguo e deroghe per il timore di dire di “no”. Un’autorizzazione non si nega a nessuno. Ci mancherebbe. La mentalità dell’”autorizzazione-sempre-possibile” è figlia della stessa cultura deresponsabilizzante che porta i genitori a non essere capaci e autorevoli nel vietare mai nulla a bambini e adolescenti, a non porre loro alcun limite su nulla, salvo poi stupirsi quando li scoprono mezzi delinquenti. Ma il problema della gestione del territorio e dell’ambiente è anche la demagogia che, si sa, va per definizione dove tira il vento. Quella di chi, riponendola fiducia incondizionata nella natura – panteisticamente buona per definizione – e senza curarsi del fatto che l’Italia non ha gli spazi dell’Australia, ha dimenticato che se ancora viviamo in questo territorio, in larga parte intrinsecamente rischioso, è perché qualcuno per secoli se ne è preso cura sostituendo gli equilibri naturali con equilibri colturali fatti di muretti a secco, briglie, terrazzamenti, sentieri, rimboschimenti, ceduazioni, diradamenti, tagli di maturità ecc.; è perché qualcuno ha, con semplicità e tanto buonsenso, riconosciuto che un bosco vivo, ancorché non perfettamente naturale, è pur sempre meglio di piante lasciate a marcire in bosco in nome del curioso ed intellettualistico presupposto che “c’è più vita nella morte che nella vita”, come recentemente si sente dire. Sarà contento mio bisnonno di sapere che è nel pieno del suo vigore. Ma anche la demagogia di chi, all’opposto e con crassa ignoranza, propone di spazzare via i boschi come bere un bicchier d’acqua senza sapere che, quando nel 1877 un illuminato politico portò ad approvazione una legge (chiamata per ironia della sorte “legge forestale”) che ammetteva la distruzione della maggior parte dei boschi fino al limite superiore del castagno, ne sparirono in pochi anni circa 1.000.000 di ha. Embè? … il risultato fu che dopo l’alluvione del 1882, una delle più gravi occorse nell’arco alpino con torrenti che si approfondirono di 20 m in una sola notte, l’Italia, dopo essere andata a vedere cosa si faceva oltralpe in Francia, Svizzera e Carinzia, corse ai ripari con un pacchetto di provvedimenti normativi rigorosi e precisi cui, coerentemente, fecero per un certo periodo seguito investimenti nelle sistemazioni idraulico forestali e nei rimboschimenti. Penelope ringrazia, la gente morta no. Sarà un caso, ma dove questa politica delle sistemazioni montane è stata condotta con perseveranza, vedi Trentino Alto Adige, che non è propriamente una regione pianeggiante, il tasso di eventi dissestivi è largamente inferiore a quello delle altre regioni.
Dal 5 maggio (data dal forte valore metacomunicativo) 1998 – alluvione di Sarno – al 22 novembre 2011, ci sono stati in Italia 287 morti. Di pioggia. Dopo la fine dell’ubriacatura di notizie e servizi giornalistici corrispondente alla sola fase emergenziale, varrebbe la pena non dimenticarlo.
Se al posto di “piani strategici”, aulici riferimenti a “quanta vita c’è nella morte” o spocchiosa convinzione che la politica, la cui mentalità “come in molti altri affari affidati allo stato soverchia le esigenze tecnico-economiche” (don Sturzo, 1951, parlando esattamente di foreste e sistemazioni idraulico forestali), possa permettersi qualsiasi cosa in spregio a consolidati assunti tecnico-scientifici, si facessero umilmente e senza tanti strombazzamenti un po’ più di selvicoltura e di buone opere nei bacini di monte, non sarebbe meglio e fors’anche alla lunga più risparmioso?



  Alessandro Nicoloso
dottore forestale



Temi associati a questo articolo: Ambiente, Dissesto idrogelogico, Pianificazione, Selvicoltura


 
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