54 5 novembre 2014 sfoglia numero

Agronomia

L'inerbimento in olivicoltura

Giovanni Caruso
I vantaggi della pratica e gli effetti su oliveti e produzioni.

L’olivicoltura italiana si estende su una superficie di circa 1,2 milioni di ettari che corrisponde a circa il 13% della superficie olivicola mondiale. Alla luce di questi dati appare evidente come la gestione del suolo in olivicoltura abbia ripercussioni, di breve e di lungo periodo, su vaste aree agricole in tutto il modo. Nonostante negli ultimi tempi sia andata crescendo l’esigenza di adottare tecniche di gestione del suolo con bassi effetti sull’ambiente, ancora oggi la tecnica più comunemente adottata in olivicoltura si basa su ripetute lavorazioni meccaniche effettuate con lo scopo di aumentare la ritenzione idrica, eliminare le infestanti e interrare i fertilizzanti.
La lavorazione convenzionale causa perdita di suolo, ruscellamento superficiale, erosione, destrutturazione degli aggregati, decremento della sostanza organica a causa di un aumento del tasso di mineralizzazione, riduzione della porosità e formazione di strati compatti. Un ulteriore aspetto negativo delle lavorazioni ripetute è rappresentato dalla riduzione della portanza del terreno. Questo, soprattutto nei terreni argillosi, determina problemi di transitabilità delle macchine con conseguenti ritardi su alcune operazioni colturali, – per esempio la raccolta e i trattamenti fitosanitari – dove la tempestività di intervento è strettamente legata all’efficacia dello stesso.
Al contrario, la presenza di un prato stabile determina il mantenimento della sostanza organica, che si mineralizza più lentamente che in un suolo lavorato, e contribuisce al miglioramento delle proprietà fisiche nonché della fertilità chimica. La presenza di un cotico erboso facilita anche le operazioni colturali aumentando la portanza del terreno e migliorando la transitabilità nell’oliveto durante i periodi umidi. Tuttavia, la gestione del suolo tramite inerbimento può comportare alcuni fenomeni negativi in relazione alla crescita dell’albero quali, per esempio, l’instaurazione di una competizione idrica e nutrizionale tra il prato e l’olivo. Inoltre, il lungo periodo di siccità estiva della maggior parte delle zone olivicole meridionali e insulari dell’Italia, pone limiti alla diffusione dell’inerbimento in oliveti in asciutto. Pertanto, la scelta del tipo di inerbimento da utilizzare deve essere effettuata ponendo particolare attenzione alle condizioni pedoclimatiche della zona in cui si opera.
In relazione alla superficie coperta, al tempo di permanenza nell’arco dell’anno e alla composizione floristica del prato, l’inerbimento si distingue in totale o parziale, permanente o temporaneo, naturale o artificiale. Attraverso la combinazione di queste tipologie di inerbimento è possibile ottenere coperture vegetali diverse, utilizzabili in ambienti geografici anche molto differenti.
L’inerbimento è totale quando tutto l’oliveto è inerbito, parziale quando questo interessa solo la zona dell’interfila. L’inerbimento parziale consiste, quindi, nel mantenere il cotico erboso solo sulle fasce di terreno soggette al calpestamento per facilitare la circolazione della macchine e per aumentare l’infiltrazione dell’acqua piovana ed evitare lo scorrimento superficiale. Quando l’inerbimento è parziale, il controllo della flora infestante sulla fila può essere effettuato tramite lavorazioni del terreno o mediante il diserbo chimico. Tuttavia, nel lungo periodo, il diserbo chimico,può comportare problemi ecologici e effetti negativi sull’ambiente.
InerbimentoCaruso 3.jpgLa differenza tra l’inerbimento permanente e quello temporaneo consiste nel mantenere il suolo inerbito per tutto l’anno, nel primo caso, o solo nei periodi più umidi in cui non si manifestano fenomeni di competizione idrica tra il prato e l’olivo, nel secondo. L’inerbimento permanente viene gestito, a seconda della posizione geografica e del regime pluviometrico stagionale, con almeno due o tre sfalci del prato, nel corso dell’anno. Il primo sfalcio, da effettuare prima della ripresa vegetativa, consente di trinciare contemporaneamente anche i residui di potatura. Il secondo (o terzo) sfalcio viene effettuato in prossimità della raccolta in modo da consentire una migliore transitabilità delle macchine e degli operatori all’interno dell’oliveto.
L’inerbimento temporaneo prevede la rimozione del prato nel periodo compreso tra l’inizio dell’attività vegetativa dell’olivo e la fine dell’estate. A inizio primavera si procede con la trinciatura del cotico erboso e dei residui di potatura lasciati sul terreno. Questo primo sfalcio limita drasticamente il fabbisogno idrico-nutrizionale del prato e, quindi, riduce la sua competitività in uno dei momenti più critici per l’olivo. Successivamente, in base alle condizioni pedoclimatiche della zona, si procede con una o due lavorazioni superficiali del suolo in tarda primavera e fine estate. Una buona copertura vegetale del suolo risulta molto utile nel periodo di raccolta perché consente la transitabilità nell’oliveto anche in caso di pioggia. Nel periodo autunnale e invernale il cotico erboso è fatto sviluppare in modo da poter beneficiare del suo effetto protettivo nei confronti dell’azione battente della pioggia e dei processi erosivi.
InerbimentoCaruso 4.jpgNelle zone in cui la distribuzione delle piogge è pressochè uniforme durante tutto l’anno (oppure si dispone di un impianto di irrigazione) si può ricorre all’inerbimento totale e permanente. Invece, in condizioni di carenza idrica prolungata è opportuno ricorrere all’inerbimento parziale o temporaneo.
Si parla di inerbimento naturale se costituito da specie spontanee, artificiale (o tecnico) se ottenuto dalla semina di singole specie o miscugli. Le differenze tra le due tipologie di inerbimento consistono principalmente nella velocità di copertura del suolo e nelle diverse esigenze idriche e nutrizionali del prato. La velocità di insediamento e di copertura di un prato artificiale è maggiore rispetto a quella di un prato naturale. Inoltre, in un prato costituito da flora spontanea, con il passare del tempo possono verificarsi fenomeni di selezione che portano al sopravvento di specie maggiormente esigenti per l’acqua e gli elementi nutritivi. Al contrario, con la semina di miscugli idonei è possibile ottenere un prato costituito da specie di taglia ridotta, con un ciclo vegetativo sfalsato rispetto a quello dell’olivo e con bassi fabbisogni idrici e nutrizionali, limitando quindi i fenomeni di competizione tra la copertura vegetale e l’albero. In generale, per l’inerbimento artificiale è consigliabile orientarsi sull’impiego di miscugli di 2-3 specie, che richiedono pochi interventi per la gestione. Se non si dispone di un impianto di irrigazione, il fattore che più condiziona la scelta delle specie è la disponibilità idrica. Nelle aree più fertili e in terreni freschi si possono utilizzare alcune specie di graminacee come Poa pratensis, Lolium perenne e Festuca arundinacea. Un miscuglio adatto per gli ambienti del centro e nord Italia è quello costituito per il 70% da Lolium perenne e per il 30% da Poa pratensis. Lolium perenne ha un’elevata capacità di insediamento e una buona resistenza al calpestamento, Poa pratensis ha una crescita più lenta ma consente il mantenimento del prato artificiale per un periodo di tempo più lungo. Invece, negli ambienti centro-meridionali, caratterizzati da estati lunghe e siccitose, si può ricorrere all’uso di specie erbacee che disseccano e si autodisseminano al sopraggiungere dei primi caldi intensi. Queste specie, come il Bromus catharticus e il Trifolium subterraneum, compiono il proprio ciclo durante il periodo umido dell’anno, ossia quando le esigenze idriche dell’olivo sono ridotte e sono elevati i rischi di erosione e di compattazione del suolo per il passaggio delle macchine.
Per quanto riguarda l’efficienza produttiva dell’olivo è possibile affermare che una corretta gestione dell’inerbimento non comporta differenze rispetto alla lavorazione periodica del suolo. In uno studio condotto in un oliveto intensivo in Toscana, l’efficienza produttiva, ossia la produzione per albero rapportata alle sue dimensioni, non è stata diversa tra i due metodi di gestione del suolo (inerbimento permanente oppure lavorazione periodica). In particolare, gli alberi su suolo inerbito hanno presentato un’efficienza produttiva in frutti e in olio pari, rispettivamente, all’87% e al 95% di quelle degli alberi su suolo lavorato.
Al contrario, è evidente l’effetto della tecnica di gestione del terreno sulle caratteristiche del suolo. In particolare, la macroporosità dello strato superficiale (0-0,10 m) è stata più elevata sul suolo inerbito rispetto a quello sottoposto a lavorazione periodica con valori pari a circa il doppio rispetto a quest’ultimo. I bassi valori di macroporosità misurati su suolo lavorato, dovuti alla formazione di una crosta superficiale, hanno comportato anche un tasso di infiltrazione dell’acqua sul suolo lavorato circa otto volte inferiore rispetto a quello misurato sul suolo inerbito. Questo è probabilmente dovuto alla protezione esercitata dalla copertura vegetale che ha diminuito la distruzione meccanica degli aggregati della superficie del terreno ad opera dell’azione battente della pioggia, preservando la continuità dei pori allungati.
Per quanto concerne la qualità dell’olio, gli effetti della gestione del suolo sono stati modesti. Infatti, non sono state riscontrate differenze significative tra gli oli ottenuti da alberi sottoposti a inerbimento o lavorazione per quanto riguarda l’acidità libera, il numero di perossidi e le costanti spettrofotometriche degli oli prodotti, mentre le concentrazioni in polifenoli totali e ortodifenoli sono state superiori negli oli ottenuti da olivi su suolo inerbito rispetto a quelli da olivi su suolo lavorato, anche se queste differenze sono risultate significative solo in un anno su tre.
Alla luce di queste considerazioni, l’uso di coperture vegetali è attualmente consigliato per proteggere il suolo nell’oliveto, migliorare le proprietà fisiche e biochimiche del terreno e garantire una migliore fertilità complessiva nel medio e lungo periodo. Tuttavia, per quanto riguarda i nuovi impianti, è sconsigliabile un insediamento troppo precoce dell’inerbimento totale e permanente che, anche in condizioni irrigue, dovrebbe iniziare non prima del terzo o quarto anno dopo la messa a dimora delle piante. In alternativa, si può optare per un inerbimento parziale e/o temporaneo, avendo cura di limitare la crescita delle infestanti in prossimità delle giovani radici degli alberi.


Riferimenti bibliografici
Gucci R., Caruso G., Bertolla C., Urbani S., Taticchi A., Esposto S., Servili M., Sifola M. I., Pellegrini S., Pagliai M., Vignozzi N., 2012. Changes in soil properties and tree performance induced by soil management in a high-density olive orchard. European journal of agronomy, 41, 18-27.




  Giovanni Caruso
è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, alimentari e agro-ambientali dell’Università degli Studi di Pisa



Temi associati a questo articolo: Agricoltura, Agronomia, Gestione aziendale, Ricerca


 
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