27 27 febbraio 2013 sfoglia numero

Opinioni

Fare pace con la terra non è abbastanza

Luca Masotto
Le sfide dello sviluppo si giocano su piani multidisciplinari: tecnici, politici, economici e culturali. Da non semplificare o banalizzare, pena il fallimento.

Talvolta è spontaneo rifuggire da ecologismi e ambientalismi, soprattutto se di maniera. Ma quando questi temi lambiscono e si compenetrano con argomenti quali l’economia dello sviluppo e, soprattutto, il ruolo dell’agricoltura nello sviluppo economico, è importante prestare attenzione, in particolare se riguardano da vicino una nazione tanto grande – l’India – da essere spesso denominata subcontinente.
Fare pace con la terra (2012, Feltrinelli, pp. 281) è il titolo dell’ultimo libro di Vandana Shiva, fisica indiana, fondatrice della Research foundation for science, technology and natural resources policy.
L’autrice affronta temi interessanti quali le biotecnologie, la corsa alla terra (land grabbing) e la perdita delle tradizioni, delle conoscenze e delle competenze legate al mondo rurale tradizionale.
La parte del leone, tuttavia, è giocata dal ruolo delle multinazionali – le cosidette corporation – e dagli organismi geneticamente modificati che spingono l’autrice ad affermare che è in corso una “guerra biologica a livello genetico”. In queste parole si palesa uno dei grandi limiti del libro: l’uso di ragionamenti di carattere filosofico – d’altra parte l’India è una delle patrie della spiritualità – per disquisire circa temi di natura prettamente scientifica. Gli ogm, in tutte le loro “varianti”, costituiscono un terreno di confronto (e di scontro) all’interno del quale occorre muoversi con estrema cautela e, soprattutto, con dati scientifici oggettivi, validati da studi super partes. Convincere il lettore tramite la continua ripetizione di slogan anti-ingegneria genetica ricorda da vicino oscurantismi (fanta)politici alla George Orwell. Il problema dell’accettazione di tecnologie rivoluzionarie riporta alla mente quanto sostenuto dallo storico della scienza Herbert Butterfield il quale, riferendosi alla rivoluzione scientifica del diciassettesimo secolo, scrisse “mancavano di discernimento tendendo a credere che la rivoluzione scientifica potesse compiersi interamente nel corso della vita di un singolo individuo: era come se si fosse dovuto mettere una diapositiva dell’universo al posto di un’altra […]. Lentamente scoprirono che una sola generazione non bastava e che ce ne volevano due per portare il processo a compimento”. Le grandi scoperte scientifiche e le loro applicazioni pratiche richiedono molto tempo per essere accettate dall’opinione pubblica; l’importante è approfondire gli argomenti in modo oggettivo e, appunto, scientifico.
Oltre a denigrare l’uso di mezzi tecnici moderni, inclusi i fertilizzanti, l’autrice assicura la superiorità dell’agricoltura biologia: “Potremmo moltiplicare per 200 la disponibilità di cibo e, al contempo, conservare la nostra biodiversità e le nostre limitate risorse d’acqua”. Si dimentica, tuttavia, di fornire dettagli circa le modalità secondo le quali è possibile ottenere tali mirabolanti produzioni seguendo le “regole” dell’agricoltura biologica. L’agricoltura tradizionale in molti Paesi in via di sviluppo consente produzioni cerealicole raramente superiori alla tonnellata per ettaro; eppure secondo Vandana Shiva – eliminando il poco azoto di sintesi che questi agricoltori possono di norma permettersi e sostituendolo, chissà, con pollina e cornunghia – è possibile raggiungere le 200 tonnellate per ettaro. Ne sarebbero veramente lieti i maidicoltori padani: riduzione dei costi, aumento delle rese e utilizzazione agronomica ottimale dei reflui zootecnici.
L’autrice è ben conscia dei problemi del proprio Paese: addebitarli in toto ora al colonialismo inglese, ora alla prepotenza delle multinazionali agroalimentari occidentali, costituisce una visione miope. Si arriva al paradosso dei brevetti: alle industrie occidentali non dovrebbe essere permesso brevettare le varietà frutto di anni di ricerca agronomica e biotecnologica mentre le comunità locali indiane ne avrebbero il diritto dal momento che “la biodiversità è un patrimonio locale, non globale; in altre parole è una risorsa da gestire, indisponibile per chi non appartenga a quella comunità”. In altri termini, tutto è già brevettato (!). Il controsenso è ancora maggiore se si pensa alla tendenza al dono che generalmente caratterizza il mondo contadino: non solo consigli colturali, ma anche scambi di semi e talee.
La mancanza di obiettività rischia di lasciare in secondo piano i veri problemi dello “sviluppo”. In particolare – ma Vandana Shiva lo fa solo in conclusione del libro, quasi fosse una conseguenza e non una causa della miseria di larga parte della popolazione indiana – occorre indagare la scarsità delle istituzioni indiane, la corruzione dilagante, la rete di “amicizie” che in pochi anni ha reso miliardari gli oligarchi indiani. Lì sono i nodi da sciogliere per liberare le energie imprenditoriali di un grande Paese come l’India: demonizzare a priori il libero mercato (quando ciò che esiste in India è un oligopolio di magnati locali e joint venture internazionali) è pura ideologia. Un mercato veramente libero permetterebbe a molti indiani di sviluppare attività in settori alternativi a quello agricolo avviando un percorso di crescita sostenibile. A patto che il Governo sostenga tale processo economico attraverso adeguate politiche agricole che, in molti dei Paesi meno sviluppati, devono partire da accorte riforme fondiarie.

  Luca Masotto
dottore agronomo, si occupa di verde urbano, consulenze tecniche ed estimative



Temi associati a questo articolo: Agricoltura, Agricoltura biologica, Ambiente, Politica agraria


 
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