23 28 novembre 2012 sfoglia numero

Politiche

L'affare del secolo

Luca Masotto
È in atto un silenzioso accaparramento di terreni agricoli.
Un fenomeno da cui trarre insegnamenti.

In un articolo apparso nel 2011 sulla rivista statunitense Foreign policy Lester Brown – fondatore del Worldwatch Institute – affermò: “benvenuti nella nuova economia alimentare”.
In effetti, negli ultimi anni, i prezzi delle materie prime agricole hanno subito brusche oscillazioni e, mediamente, forti aumenti: tuttavia, le ripercussioni di tali fenomeni non sono le stesse per il ricco occidente – con l’esclusione dei ceti meno abbienti – e per i Paesi più poveri. Per chi spende solo il 10-15% del proprio reddito per acquistare beni alimentari, un incremento dei prezzi del 50% può essere irritante, ma non mette in pericolo il soddisfacimento del bisogno fondamentale di nutrirsi. Al contrario, nei Paesi meno avanzati, dove gli abitanti spendono quasi il 100% del reddito familiare per alimentarsi, una crescita dei prezzi può avere ripercussioni ben più gravi.
Il problema alimentare globale non è più solo una questione di distribuzione della produzione, ma anche di quantità di derrate prodotte. Nei decenni a venire i Paesi più ricchi potrebbero trovare difficoltà a sfamare in modo adeguato la propria popolazione a prescindere dal prezzo cui saranno disposti a pagare le materie prime.

La corsa alla terra
Alcuni decenni prima dell’articolo di Brown, George Orwell aveva preconizzato un mondo diviso in blocchi di potere in costante lotta per il dominio internazionale e per il consenso interno: Eurasia, Estasia e Oceania. Al centro, quale martoriato palcoscenico e campo di battaglia, vi era un quarto continente, vero dilemma dello sviluppo, l’Africa.
Complici la crescita della domanda – provocata dall’aumento demografico e dalla richiesta di diete più ricche – e la crisi dell’offerta – dovuta alla competizione per l’uso dei suoli (si pensi alle bioenergie) –, quanto immaginato dallo scrittore britannico si sta lentamente avverando. Negli ultimi anni, infatti, vi è un interesse crescente nei confronti delle terre più fertili dei Paesi in via di sviluppo.
I protagonisti della corsa alla terra sono Paesi emergenti o ricchi – quali Cina, India, Arabia Saudita e Corea del Sud – che hanno ormai posto sotto il proprio controllo oltre 70 milioni di ettari di terre (prevalentemente) africane. A subire il fenomeno vi sono numerosi piccoli agricoltori delle aree rurali più povere del pianeta, soggetti economici tanto marginali da non essere nemmeno coinvolti nelle trattative per le compravendite le quali, quasi sempre, sono svolte a un livello superiore. Interi villaggi – ciascuno costituito da migliaia di persone, portatrici di storie, affetti e saperi – cedono il passo alle esigenze degli investitori esteri; gli abitanti sono costretti ad abbandonare le proprie terre o accettare di lavorare come salariati. Quest’ultima possibilità costituisce una magra consolazione: i piccoli agricoltori sono spogliati delle loro prerogative imprenditoriali, della loro libertà organizzativa e gestionale con evidenti ripercussioni psicologiche.
In ogni caso, l’accaparramento di terre collettive rappresenta un duro colpo alla resilienza di un tessuto sociale locale che basa la propria stabilità su una fitta rete relazionale (parentele, amicizie, scambi di favori): l’acquisto di ampie superfici agricole causa la delocalizzazione di interi villaggi e la conseguente rottura dei legami sui quali si reggono i delicati equilibri socioeconomici delle aree rurali.

I meccanismi
I principali meccanismi attraverso i quali si ottengono i diritti di sfruttare terreni collocati in Paesi terzi, grandi enclave a servizio della “madrepatria”, sono principalmente due:
•    acquisto diretto di terreni fertili,
•    affitto a lungo termine tramite concessioni di durata prossima al secolo.
Talvolta si tratta di positivi investimenti esteri in Paesi caratterizzati da un’asfissia economica ultradecennale. Più spesso, tuttavia, la tendenza può essere interpretata come un colonialismo in chiave moderna: una sottrazione di risorse fondamentali non solo per lo sviluppo ma anche per la pace sociale, condizione fondamentale per una crescita economica inclusiva e duratura. In ogni caso, infatti, è generalmente implicito che i principali mezzi produttivi (trattrici, macchine operatrici, sementi, agrofarmaci, fertilizzanti) provengano dai compratori (o affittuari) e che la produzione sia esportata verso gli stessi Paesi.

Fine del cibo a buon mercato?
Si tratta di una dinamica che pone nuovi limiti allo sviluppo del settore primario e, di riflesso, nuove sfide alla nostra professione. Un sistema produttivo che si sta complicando, dove alle tradizionali difficoltà tecniche e logistiche si stanno sovrapponendo problemi di carattere politico e sociale. Anche perché occorre considerare che i principali Paesi produttori di commodity non vogliono impegnarsi in contratti a lungo termine: l’anno scorso una delegazione yemenita è volata senza successo in Australia per discutere una fornitura pluriennale di cereali. La missione fu un fallimento. D’altra parte, in un mercato nel quale scarseggiano le merci, i venditori hanno una posizione dominante in quanto sono consapevoli della propria maggiore forza contrattuale: troveranno sempre qualcuno disposto ad acquistare i prodotti.
Al fine di inquadrare il problema è importante evitare di confondere gli effetti con le cause, rischio particolarmente evidente quando entra in gioco il concetto di speculazione. Spesso la crisi dei prezzi delle materie prime agricole è descritta come il risultato di azioni intraprese da speculatori senza scrupoli che mirano a ottenere interessanti margini di profitto da operazioni di compravendita di titoli i cui sottostanti sono costituiti da singole commodity o da panieri di prodotti agricoli. Tuttavia, la questione può essere vista come la trasposizione degli “attacchi” speculativi al debito pubblico di alcuni Paesi europei: la speculazione colpisce laddove i fondamentali sono deboli, non dove la situazione finanziaria è solida. Analogamente, se la speculazione si affaccia sul mercato delle commodity è perché si accorge di quanto il settore sia fragile e volatile e, quindi, potenzialmente lucroso.
Il problema, quindi, deve essere affrontato sul campo dell’agricoltura “reale”, non di quella virtuale.

Tecniche, strategie e politiche
La domanda di fondo, oggi come agli albori della rivoluzione verde, è sempre la stessa: come fornire materie prime agricole a una popolazione crescente e con richieste alimentari sempre più esigenti? Per trovare risposte occorre prepararsi sotto il profilo istituzionale, professionale e umano.
Il problema della corsa alla terra non riguarda solo l’Africa, ma anche – e forse soprattutto – l’Europa la quale è costretta a importare buona parte delle materie prime di cui ha bisogno. La sfida appare particolarmente importante nel nostro Paese dal momento che la capacità di autoapprovvigionamento alimentare è limitata e buona parte del fabbisogno è garantito dalle importazioni, sulle quali non sempre si può fare affidamento: è di poche settimane or sono la notizia del blocco delle esportazioni di frumento da parte dell’Ucraina , Paese da molti definito “granaio d’Europa”. Conseguentemente, da un lato, è fondamentale garantirsi fonti di approvvigionamento alimentare “sicure”, dall’altro, occorre sostenere la produzione comunitaria – quindi anche italiana – di commodity. Per inciso, l’agricoltura italiana non potrà e non dovrà chiudersi nel recinto delle tipicità, delle denominazioni d’origine. L’agricoltura italiana è fatta anche di colture indifferenziate ossia di materie prime necessarie per alimentare umani e bestiame, dal quale, tra l’altro dipende anche la produzione di specialità esportate in tutto il mondo.
D’altra parte, a livello globale, la quantità di derrate alimentari commercializzate è limitata a poco più del 10% del totale della produzione: a fronte di un raccolto pari a 2286 milioni di tonnellate il commercio internazionale è stato pari a sole 290 milioni di tonnellate (si vedano i dati Fao riportati in tabella).
Tabella Lucapng.jpg













I dati mostrano anche come, in alcuni anni, l’utilizzazione di cereali sia stata superiore – sebbene di pochi milioni di tonnellate – rispetto alla produzione.
Per sopperire alle carenze produttive, tuttavia, non sarebbe lungimirante fare esclusivo affidamento sul continuo aumento della produttività: anche gli speculatori più avidi mettono in guardia dal fatto che i rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. Sarebbe bene considerare misure complementari a una nuova rivoluzione verde quali la lotta al consumo di suolo agricolo – che sottrae preziose superfici altrimenti destinate al settore primario – e la lotta agli sprechi alimentari che sottraggono il 30% circa delle risorse prodotte.
A livello mondiale, sarebbe opportuno valutare l’istituzione di un organismo sovranazionale capace di gestire le scorte: il nazionalismo alimentare può essere sfruttato a fini politico-elettorali, può risolvere eventuali emergenze locali, ma non è la soluzione alla sicurezza alimentare globale. Non è sufficiente produrre cibo in quantità, occorre anche gestire meglio il cibo prodotto: le scorte alimentari dovrebbero essere amministrate in modo congiunto dai principali Paesi o, per lo meno, da coloro che godono di una più forte e storicizzata collaborazione economica (si pensi a Ue e Usa).
Nella piccola Europa si potrà valutare la presa di coscienza del problema già a partire dalla prossima politica agricola comune: si vorrà tenere conto dei nuovi equilibri mondiali o si preferirà perseverare nell’attuazione di politiche “verdi” figlie dell’era dell’abbondanza?


  Luca Masotto
dottore agronomo, si occupa di verde urbano, consulenze tecniche ed estimative



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